Boschi, vigneti, pascoli, noccioleti e terreni modellati da una storia geologica complessa. A Bubbio, nell’Alta Langa astigiana, la tavola rotonda “Val Bormida: il futuro è già qui“ ha riunito studiosi, produttori e operatori agricoli per discutere delle prospettive di un territorio che negli ultimi anni sta richiamando crescente attenzione anche sul fronte vitivinicolo.
L’incontro, organizzato il 2 ottobre da Colombo, cantina fondata nel 2003 da Antonio Colombo e dal figlio Andrea, ha affrontato la Val Bormida da punti di vista diversi: geologia, biodiversità, viticoltura, ricerca, cambiamento climatico e sviluppo agricolo. A moderare il confronto è stato il giornalista Roberto Fiori.
Ad aprire i lavori Andrea Colombo, che ha ricordato le ragioni alla base dell’investimento della famiglia in quest’area e la scelta di puntare su Pinot Nero e Chardonnay. “Nel 2003 ci siamo innamorati di questa valle e abbiamo fondato la cantina Colombo. Da allora abbiamo scelto di investire in questo territorio, convinti che la Val Bormida possa offrire condizioni di grande interesse per esprimere e valorizzare le potenzialità di due vitigni straordinari come il Pinot Nero e lo Chardonnay. L’incontro di oggi nasce proprio da questa volontà: approfondire, attraverso competenze ed esperienze diverse, le caratteristiche di un territorio in evoluzione, che merita attenzione e che si sta sempre più affermando come un’interessante realtà non soltanto dal punto di vista agricolo e produttivo, ma anche sotto il profilo paesaggistico, culturale e turistico. Crediamo che conoscere e raccontare un territorio significhi innanzitutto comprenderne le peculiarità, le potenzialità e le prospettive e fare squadra”.
Prima della tavola rotonda, Luigi Bertini, enologo e docente universitario, ha richiamato il momento delicato attraversato dal comparto vinicolo, definendo la Val Bormida “la sorprendente Val Bormida“. “Ma il vino è come un’araba fenice, trova anche nelle congiunture più difficili gli strumenti per reagire e rinascere ancora più forte di prima“.
Una valle costruita da mare, montagne e lavoro dell’uomo
A partire dalla geologia, Edmondo Bonelli, enotecnico e dottore in Scienze Naturali, ha ricostruito la varietà ambientale della valle con l’intervento “Dalla terra alla tavola: come il territorio della Val Bormida plasma l’agricoltura di qualità“.
La formazione dei suoli della Val Bormida affonda le proprie origini nell’antico mare ligure-piemontese. Sedimenti provenienti dalle Alpi e dagli Appennini si sono mescolati ai materiali marini e, nel corso di milioni di anni, sono diventati rocce sedimentarie che l’erosione ha successivamente riportato in superficie e modellato nelle attuali colline.
“Questa zona è un condensato di risorse. Un paesaggio ancora naturale, legato a doppio filo con la sua origine geologica – ha spiegato Bonelli – ; è un paesaggio dell’uomo, che l’ha abitata da tempi antichissimi, grazie alle sue risorse e alla facilità con sui si è fatta ricamare dai terrazzamenti. La valle Bormida conserva elementi che ne compongono il lato più selvaggio e misterioso“.
La differente composizione delle rocce ha generato suoli e ambienti diversi, sui quali nel tempo si sono distribuiti boschi, prati, campi, noccioleti e vigneti. Nei versanti più umidi trovano spazio faggi e castagni, mentre roverella e pino silvestre occupano le zone più ripide e assolate.
Il bosco conserva ancora una presenza importante nella valle, insieme ai prati destinati al pascolo. È qui che si inserisce anche l’allevamento legato alla produzione del Roccaverano DOP, accanto a una biodiversità vegetale che comprende numerose specie erbacee e orchidee spontanee.
Alle coltivazioni storiche si aggiungono il nocciolo, con la Tonda Gentile delle Langhe, e il tartufo: quello bianco nelle aree più umide e calcaree, quello nero nei terrazzamenti più sabbiosi e soleggiati.
Poi c’è la vite. Dolcetto, Moscato e Barbera appartengono da tempo alla storia agricola della zona, mentre negli ultimi anni hanno acquistato spazio anche Pinot Nero e Chardonnay.
“Così Pinot Nero e Chardonnay maturano tra terrazzi sabbiosi e marne chiare, godendo dei suoli che grazie alla loro antica origine marina conservano risorse idriche e minerali che mettono in condizioni la vite di esprimersi meravigliosamente. Tutto questo in combinazione col clima della valle“, ha spiegato Bonelli.
Una variabilità che riguarda anche le temperature e la vegetazione spontanea: specie tipicamente alpine possono trovarsi a poche centinaia di metri da altre di carattere mediterraneo. Per la viticoltura significa confrontarsi con esposizioni e microclimi diversi anche all’interno di distanze relativamente contenute.
Viticoltura e clima: quali scelte per i prossimi anni
Il rapporto tra produzione vinicola e nuove condizioni climatiche è stato approfondito da Vincenzo Gerbi, professore ordinario di Viticoltura ed Enologia all’Università di Torino e vicepresidente dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino.
Nel suo intervento, “Le scelte enologiche indotte dal cambiamento climatico e dalle peculiarità del territorio della Val Bormida“, Gerbi ha inserito il tema all’interno di una fase complessa per il settore: calo dei consumi, aumento delle temperature estive, nuove fitopatie, parassiti e crescita dei costi di produzione.
“Dopo un lungo periodo di crescita del valore economico e simbolico del vino, sembra ora di essere entrati in una tempesta perfetta, con consumi di vino in calo, crescenti difficoltà di coltivazione della vite per l’eccessivo innalzamento temperature estive, le difficoltà nel combattere efficacemente nuove malattie, la comparsa di devastanti parassiti, la crescita dei costi dei carburanti necessari per le lavorazioni. Un quadro che rischia di togliere entusiasmo e voglia di progresso anche agli imprenditori più illuminati. Quando si registrano cambiamenti epocali nelle abitudini di consumo occorre prenderne atto e valutare le strategie migliori per assecondarle, ma nel caso del vino il ragionamento è più complesso perché il vino non è una semplice bevanda alcolica che si può riformulare in funzione delle richieste di mercato, ma è espressione massima del territorio, del vitigno e del saper fare dei vinificatori”.
L’attenzione si è quindi spostata sulle scelte agronomiche ed enologiche applicabili alla zona, in particolare per le uve destinate all’Alta Langa DOCG e ai rossi di maggiore struttura. In Val Bormida altitudine, esposizione e disponibilità idrica possono diventare elementi decisivi nella gestione delle annate più calde.
Alla ricerca è stato dedicato l’intervento di Silvia Guidoni, professore associato al DISAFA dell’Università degli Studi di Torino, che ha presentato due progetti legati all’adattamento della viticoltura alle nuove condizioni climatiche.
Il primo studia i microclimi delle colline vitate del Sud Piemonte attraverso una zonazione topo-meteorologica, realizzata con aziende ed enti pubblici e privati. L’obiettivo è raccogliere informazioni più dettagliate sulle differenze climatiche presenti tra le diverse aree produttive.
Il secondo, Progetto Clima e Vite – Strategie di adattamento del comparto vitivinicolo ai cambiamenti climatici, prevede invece una piattaforma liberamente consultabile attraverso la quale mettere a disposizione di viticoltori e tecnici risultati della ricerca e possibili strategie di gestione dei vigneti, comprese quelle riferite agli eventi estremi sempre più frequenti.
Dalla ricerca alle aziende della valle
Il confronto non ha riguardato soltanto il vino. Alla tavola rotonda hanno partecipato produttori e rappresentanti di altre filiere agricole della Val Bormida, tra cui Azienda Agricola Gallo, Azienda Agricola Vini Torelli e Isolabella della Croce, insieme al presidente del Consorzio di tutela del Roccaverano DOP e a produttori di nocciole.
Presenze che hanno riportato la discussione sulla struttura agricola complessiva della valle, dove vigneto, allevamento, noccioleto, pascolo e bosco continuano a convivere.
A chiudere gli interventi è stato Antonio Colombo, cardiologo e fondatore della cantina con il figlio Andrea, con un contributo dedicato a “Vino e Salute”. Un tema sul quale lo stesso Colombo ha sottolineato la necessità di evitare conclusioni semplicistiche. “Ma un consumo moderato di vino, associato a una dieta sana e a uno stile di vita salutare è consentito. Perché non dobbiamo bere per la nostra salute, ma bere moderatamente alla nostra salute“.
Per Colombo, l’incontro è stato anche un modo per riportare l’attenzione sul territorio nel quale l’azienda lavora dal 2003. La cantina dispone oggi di circa 10 ettari vitati a Pinot Nero e Chardonnay, dai quali produce vini fermi e Metodo Classico millesimati, con l’Alta Langa DOCG come denominazione di riferimento. Dalla vendemmia 2025 la produzione si attesta intorno alle 95 mila bottiglie.
A Bubbio, però, il discorso è andato oltre la singola azienda. La Val Bormida è stata osservata mettendo insieme geologia, boschi, pascoli, colture, ricerca e viticoltura: elementi che spiegano meglio di una sola etichetta perché quest’area dell’Astigiano stia attirando nuovi investimenti e nuovi studi.




