C’è un motivo se sono andata a trovare Matteo Trompetto, di Terre Sparse, e non è soltanto per assaggiare i suoi vini.
L’ho incontrato per la prima volta al Mercato FIVI di Bologna: poche parole scambiate al volo, ma abbastanza per intuire che dietro ci fosse un mondo da vedere con i propri occhi.
Qualche settimana dopo, infatti, ero già nelle sue vigne: frammenti di terra disseminati dal passaggio di un ghiacciaio preistorico.
L’azienda conta dieci ettari, di cui solo tre e mezzo vitati, distribuiti proprio come il nome suggerisce: piccole parcelle incastonate tra boschi, massi erratici e sentieri del Parco Naturale dei 5 Laghi.
È un territorio che non facilita la viticoltura: la accetta.
La ospita come si ospita qualcuno di ostinato, che ormai è parte del paesaggio.
Siamo in una zona che ha conosciuto una lenta contrazione: dodicimila ettari vitati dell’Ottocento si è arrivati a poche decine di viticoltori, un gruppo di resistenti tra cui Terre Sparse.
La fauna e la flora sono i veri proprietari: caprioli che considerano l’uva un aperitivo, cinghiali che attraversano i filari come fossero corsie preferenziali.
Per chi arriva da fuori è affascinante.
Per chi ci lavora… dipende dalla giornata.
È la quotidianità di un luogo in cui la natura non firma accordi.


Camminando con Matteo ho capito quanto questo territorio sia diverso dal resto del Piemonte: sabbie, ciottoli, limo, argilla… suoli che cambiano ogni due passi.
Merito — o responsabilità — del Ghiacciaio Balteo, che avanzava e si ritirava ridisegnando forme e geometrie con la noncuranza tipica delle forze naturali.
È una complessità che non richiede spiegazioni: la vedi, la senti sotto le scarpe e la ritrovi nel bicchiere.
Una delle cose che apprezzo di Matteo è proprio questa: non trasforma il territorio in un seminario.
Non ti travolge con teorie: te le mostra.
E allora capisci davvero perché l’azienda si chiama Terre Sparse: qui i vigneti non sono blocchi compatti, ma isole verdi dove la geologia detta le regole più dell’uomo.
Parliamo dei vini
Matteo vinifica l’Erbaluce.
Qui non si chiama “Caluso“, semplicemente perché il disciplinare non arriva fino a queste colline, pur essendo parte dello stesso anfiteatro glaciale.
È una di quelle situazioni in cui la terra parla chiaramente, ma la burocrazia non l’ha seguita: una parte dell’anfiteatro è DOCG, altre zone — identiche per origine — restano fuori per pochi chilometri.
Non perché siano meno vocate, ma perché non rientravano nel tessuto produttivo storico quando il disciplinare è stato redatto.



Tra le etichette c’è anche una Freisa che, personalmente, mi ha colpita più di tutte.
Forse per lui non è il vertice simbolico della gamma, ma per me sì: ha quell’energia diretta e quella schiettezza che trovi solo nei luoghi dove la terra non fa concessioni.
Non aggiungo descrittori: la Freisa non si racconta, si capisce camminando qui e bevendola.
Il balmetto
E poi c’è il balmetto: una cantina naturale che soffia aria fredda tutto l’anno, come se qualcuno avesse installato un climatizzatore custodito dentro la roccia.
Matteo vi affina il vino, e la scelta ha una logica precisa: quando la natura offre una temperatura costante tra i 7 e i 10 gradi, ha senso accoglierla.
In un mondo in cui c’è chi affina sott’acqua, in miniera o nelle anfore georgiane, percorrere la via più antica sembra quasi un gesto di modernità.
Per chi volesse approfondire, consiglio una visita (o almeno un’occhiata) all’associazione J Amis dij Balmit.
Cosa mi porto a casa
Da Terre Sparse non sono tornata con “un vino buono“.
Sono tornata con un modo diverso di leggere un territorio.
Un territorio in cui nulla è ordinato:
non la geologia, non le vigne, non il lavoro quotidiano.
Ed è proprio questo a renderlo vero.
Visitare Matteo mi ha ricordato una cosa semplice:
il vino è sempre una conseguenza.
La causa sono la terra, le scelte e le persone che la abitano.
E questo vuole essere un invito a vivere un luogo che, in silenzio, rischia di scivolare ai margini. Ma che merita di essere ascoltato finché è ancora vivo, pulsante, presente.









