HomeVino e BevandeDievole, dal vigneto all’ospitalità: l’identità di una tenuta nel Chianti Classico

Dievole, dal vigneto all’ospitalità: l’identità di una tenuta nel Chianti Classico

Nel territorio di Vagliagli, nel comune di Castelnuovo Berardenga, a pochi chilometri da Siena, Dievole racconta oltre nove secoli di storia attraverso la vigna, il vino e un paesaggio rimasto strettamente legato alla propria vocazione agricola. Oggi la tenuta si estende per più di 600 ettari tra vigneti, oliveti e boschi, ma il punto di partenza continua a essere lo stesso: il rapporto con la terra e con il Sangiovese, vitigno che qui assume sfumature differenti a seconda dell’altitudine, dei suoli e dell’esposizione.

L’arrivo alla proprietà segue una strada bianca segnata dai cipressi. La villa, le case coloniche, gli edifici agricoli e le vigne non appartengono a epoche separate, ma compongono una storia che ha attraversato i secoli senza interrompersi.

Il nome Dievole deriva dal latino medievale e significa “Dio vuole“. La prima testimonianza documentaria risale al 10 maggio 1090, quando un atto notarile cita una vigna nella cosiddetta “valle divina“, indicata con l’antico nome “Diulele“. Un abate senese la concesse in affitto ricevendo in cambio due capponi, tre pani e sei denari d’argento. È uno dei primi frammenti di una vicenda agricola destinata a proseguire per oltre novecento anni.

Già nel Trecento la proprietà aveva assunto una struttura riconoscibile: una grande tenuta accorpata, una casa padronale, sei case coloniche e terreni affidati a otto affittuari. Nel Cinquecento arrivò la famiglia senese dei Malavolti, che per circa tre secoli ampliò la proprietà trasformandola in un importante centro agricolo.

Alla famiglia si deve anche lo sviluppo della villa monumentale, ricostruita nel Settecento secondo forme che richiamano l’architettura peruzziana, insieme alla cappella gentilizia dedicata a San Giovanni Battista.

Nell’Ottocento fu Ildegonda Camaiori a lasciare una testimonianza preziosa della dimensione sociale della tenuta. Nel suo Quaderno dei Saldi annotava i nomi delle famiglie che lavoravano nei poderi, componendo una sorta di archivio della comunità rurale. Alcuni dei discendenti di quelle famiglie sono ancora legati a Dievole, un elemento che aiuta a comprendere quanto la continuità del luogo sia anche una questione di persone, oltre che di terra.

La fase contemporanea prende forma nel 2012, con l’avvio di un progressivo lavoro di rinnovamento. L’anno successivo segna il passaggio decisivo: vengono abbandonate le uve internazionali e le piccole botti, mentre il progetto enologico si concentra con maggiore precisione sui vitigni storicamente legati al territorio.

Oggi i vigneti occupano 152 ettari e si sviluppano tra i 270 e i 420 metri di altitudine. Il Sangiovese domina la produzione, affiancato da Canaiolo, Colorino e Trebbiano.

La complessità dei vini nasce anche dalla geologia. Nei terreni della proprietà convivono due formazioni molto differenti. La Formazione del Monte Morello, risalente a circa sessanta milioni di anni fa, è ricca di calcare; il Macigno del Chianti, più giovane, è invece caratterizzato da arenarie, profondità e capacità drenante.

Queste differenze consentono al Sangiovese di sviluppare profili diversi anche all’interno della stessa tenuta. Negli ultimi anni un’attenzione particolare è stata riservata anche al Trebbiano, sottratto all’idea di vitigno destinato principalmente alle alte rese e interpretato invece attraverso un lavoro agronomico più selettivo. Nei vigneti vicini al corso dell’Arbia, il microclima e la maturazione tardiva della varietà hanno permesso di costruire vini dalla personalità più definita.

Il metodo adottato in vigna ha condotto in maniera progressiva alla conduzione biologica. Per il direttore tecnico Lorenzo Bernini, non si è trattato di un traguardo da esibire, ma della conseguenza di un preciso modo di lavorare.

Anche in cantina le scelte seguono una linea rigorosa. Le fermentazioni avvengono esclusivamente in vasche di cemento, le cosiddette tulipe, mentre l’affinamento dei rossi è affidato principalmente a grandi botti di rovere francese non tostato. L’obiettivo è evitare che il legno prevalga sul vino, preservando freschezza, slancio e riconoscibilità varietale.

Botti realizzate artigianalmente in Toscana, in rovere e castagno, vengono invece utilizzate per Campinovi e per alcune prove di vinificazione. Nella cantina storica trova posto anche una library delle vecchie annate, archivio liquido dell’evoluzione produttiva della tenuta.

Al vertice della gamma si trova Vigna Sessina Gran Selezione, ottenuto da un cru di quattro ettari di Sangiovese con vigne di circa venticinque anni. Novecento Chianti Classico Riserva, nato nel 1990 per ricordare i novecento anni trascorsi dalla prima attestazione documentaria di Dievole, lega invece direttamente il vino alla storia della proprietà.

A questi si aggiungono tre cru di Chianti Classico, Casanova, Catignano e Petrignano, nati da uno studio puntuale dei suoli. Tre parcelle che permettono di leggere altrettante espressioni del Sangiovese, mostrando quanto pochi metri, un’esposizione differente o una diversa componente geologica possano cambiare il profilo del vino.

La stessa attenzione riservata alla vigna si ritrova nell’olivicoltura. Circa 3.500 piante di Frantoio, Leccino e Moraiolo alimentano una produzione articolata in più referenze. Ogni stagione si apre con il Primo Raccolto, ottenuto dalle prime olive portate al frantoio.

Il Chianti Classico DOP, prodotto con Moraiolo, Leccino e Frantoio, presenta le note vegetali e di mandorla tipiche delle cultivar locali, accanto a richiami di erba tagliata e carciofo. Nel Toscano IGP entra anche il Maurino, che aggiunge sentori di mela verde e foglia di pomodoro e una componente piccante più marcata.

Completa la gamma 1090, blend di Moraiolo, Leccino, Frantoio, Leccio del Corno e Rossellino, con tonalità vegetali che richiamano rucola e mandorla. Il frantoio aziendale consente di lavorare le olive poche ore dopo la raccolta, riducendo i tempi tra campo ed estrazione e preservando le caratteristiche del frutto.

Dal lavoro agricolo all’ospitalità

Solo dopo aver attraversato questa storia si comprende fino in fondo il ruolo dell’accoglienza. Dievole non nasce come struttura ricettiva inserita successivamente in una proprietà vitivinicola: gli spazi destinati oggi agli ospiti appartengono allo stesso borgo agricolo che per secoli ha scandito la vita della tenuta.

La Villa Padronale settecentesca, le case coloniche e gli edifici in pietra e mattoni sono stati recuperati mantenendo la loro relazione con il paesaggio. Le 32 camere, suddivise nelle categorie Classic, Deluxe, Suite e Superior Suite, sono distribuite nei diversi edifici e presentano caratteristiche differenti. Alcune guardano verso i vigneti, altre verso i giardini o il bosco; le sistemazioni più ampie comprendono salotti, cucine o piccoli spazi verdi privati.

Arredi d’epoca, materiali naturali e superfici conservate dialogano con un comfort misurato, senza costruire un’immagine artificiale della Toscana. All’esterno, giardini con alberi secolari, erbe aromatiche e fiori conducono alle due piscine panoramiche affacciate sulle colline.

La proprietà è attraversata anche da una rete di percorsi tra vigneti, oliveti e boschi. Tra questi c’è un Percorso Vita di quasi due chilometri, attrezzato per la corsa e l’allenamento all’aperto. La posizione permette inoltre di raggiungere rapidamente Siena e diverse località del Chianti Classico, mantenendo però all’interno della tenuta una netta separazione dalle direttrici più trafficate.

Al Ristorante Novecento, la cucina segue la stessa impostazione. La chef Monika Filipinska lavora con verdure a chilometro zero, carni di Chianina e Cinta Senese, formaggi locali ed erbe spontanee, utilizzando l’olio prodotto dalla tenuta come elemento centrale di molti piatti.

L’esperienza enologica comprende visite alla cantina, degustazioni verticali del Novecento, percorsi nei vigneti e soste a Fidelio, storico impianto circolare della proprietà. Alle attività dedicate al vino si affiancano quelle sull’olio, con degustazioni guidate e abbinamenti pensati per comprenderne differenze varietali e caratteristiche organolettiche.

Per chi desidera mantenere un rapporto continuativo con la tenuta è nato anche il D’Wine Club, rivolto ad appassionati e collezionisti. Il programma consente di accedere ad allocazioni limitate, vecchie annate, acquisti en primeur e momenti riservati. A Dievole esiste inoltre una sala dedicata ai membri, con cellette personali per la conservazione delle bottiglie e spazi destinati alle degustazioni private.

Al di là delle vigne, della villa e dei vini, resta però un elemento meno misurabile. Molte persone lavorano a Dievole da anni e conoscono la proprietà attraverso una familiarità costruita nel tempo. Alcune appartengono a famiglie legate da generazioni a questi poderi.

È forse qui che i nove secoli di storia diventano qualcosa di più di una cronologia. La continuità di Dievole non vive soltanto nei documenti del 1090, nelle vecchie annate custodite in cantina o nelle vigne che cambiano con le stagioni. Vive anche nei gesti quotidiani di chi continua a lavorare questa terra, accompagnando una proprietà capace di cambiare senza perdere il filo che la lega alle proprie origini.

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