A Conegliano, quasi un secolo fa, la ricerca sulla vite prese la forma di una serie di numeri: 6.0.13, 2.15, 1.50, 13.0.25. Dietro quelle sigle c’era Luigi Manzoni, docente, ricercatore e a lungo preside della Scuola Enologica di Conegliano, e dietro ciascun numero una nuova varietà ottenuta incrociando vitigni diversi per migliorare il patrimonio viticolo dell’area trevigiana.
Gli Incroci Manzoni sono uno dei risultati più riconoscibili della ricerca enologica sviluppata a Conegliano nel Novecento. Il più conosciuto è certamente il Manzoni Bianco 6.0.13, oggi coltivato ben oltre i confini veneti, ma accanto a lui resistono il Manzoni Rosso 2.15, il Manzoni Rosa 1.50 e il Manzoni Moscato 13.0.25, varietà molto meno diffuse e proprio per questo al centro di un rinnovato interesse nel territorio dei Colli di Conegliano.
La loro storia è inseparabile da quella della Scuola Enologica G.B. Cerletti, istituita nel 1876 e considerata la prima scuola enologica italiana. Nei suoi laboratori e vigneti sperimentali si formarono generazioni di tecnici e si sviluppò una ricerca che avrebbe inciso sulla viticoltura nazionale. Manzoni vi lavorò dal 1912 e ne fu preside dal 1933 al 1958. Oggi all’interno dell’istituto esiste anche un museo dedicato alla sua attività scientifica.
Schivo nel carattere e poco incline alla vita pubblica legata al proprio ruolo scientifico, viene ricordato soprattutto per la precisione dell’insegnamento e per un metodo di ricerca fondato sull’osservazione. Il miglioramento genetico della vite occupò una parte rilevante dei suoi studi, svolti in anni nei quali la viticoltura europea stava ancora facendo i conti con le conseguenze delle grandi malattie che avevano investito i vigneti dalla seconda metà dell’Ottocento.
A partire dal 1924 Manzoni, anche nel quadro delle ricerche impostate con Giovanni Dalmasso, iniziò una serie di incroci tra varietà di Vitis vinifera. L’obiettivo non era creare curiosità da laboratorio, ma individuare piante capaci di offrire risultati qualitativi migliori e di affiancare le varietà coltivate allora nell’area del Piave e sulle colline trevigiane. Le sperimentazioni furono condotte in due fasi, tra il 1924 e il 1930 e poi tra il 1930 e il 1935.
Anche le sigle che ancora oggi accompagnano i nomi dei vitigni nascono in quel campo sperimentale. Nella prima fase i numeri indicavano il filare e la posizione della pianta; nella seconda venne adottata una numerazione a tre cifre, con lo zero centrale. Il 6.0.13, per esempio, identificava una determinata pianta selezionata nel corso delle prove e destinata in seguito a diventare il più fortunato degli Incroci Manzoni.
Il Manzoni Bianco, l’incrocio che ha superato i confini del Veneto
Il Manzoni Bianco 6.0.13, ottenuto da Riesling Renano e Pinot Bianco, è quello che ha avuto la diffusione maggiore. A differenza degli altri incroci rimasti soprattutto legati alla provincia di Treviso, ha trovato spazio in diverse regioni italiane grazie alla capacità della pianta di adattarsi a condizioni pedoclimatiche differenti.
Il grappolo è generalmente piccolo e abbastanza compatto, con acini dalla buccia consistente. La varietà predilige terreni collinari profondi e freschi e tende a mantenere produzioni contenute. Nel bicchiere dà vini di colore giallo paglierino, talvolta attraversati da riflessi dorati, con una componente olfattiva che può muoversi tra fiori, frutta e note minerali.
Uno dei suoi punti di forza è l’equilibrio tra struttura e acidità. È una caratteristica che ne permette sia l’impiego per vini fermi destinati anche all’evoluzione in bottiglia, sia la spumantizzazione. A tavola può accompagnare preparazioni di pesce, crudi e formaggi di media stagionatura.
Nel Colli di Conegliano DOCG Bianco occupa ancora oggi una posizione precisa: il disciplinare prevede almeno il 30% di Manzoni Bianco, affiancato da almeno il 30% complessivo di Pinot Bianco e/o Chardonnay, con la possibile presenza di Sauvignon e Riesling Renano entro i limiti previsti. Non è dunque una presenza marginale, ma una delle basi varietali della denominazione.
Diversa la situazione del Manzoni Rosso 2.15, rimasto molto più vicino alla sua terra d’origine. Nato durante la prima fase delle sperimentazioni, si diffuse soprattutto nella provincia di Treviso tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Le ricostruzioni storiche lo indicavano come risultato dell’incrocio tra Prosecco — l’attuale Glera — e Cabernet Sauvignon; gli studi genetici più recenti hanno però identificato nel Cabernet Franc il secondo genitore effettivo.
Il vino presenta generalmente un rosso rubino intenso con tonalità violacee e un profilo giocato sulla frutta rossa, dai ribes ai lamponi. Al palato può offrire calore e buona presenza senza sviluppare una trama tannica particolarmente aggressiva. È proprio questa combinazione tra carattere e snellezza a renderlo interessante anche alla luce della crescente ricerca di rossi meno pesanti e più facilmente bevibili.
Nella DOCG Colli di Conegliano Rosso il suo ruolo è però diverso rispetto a quello del 6.0.13 nel bianco. Il disciplinare prevede Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Marzemino, mentre Incrocio Manzoni 2.15 e Refosco dal Peduncolo Rosso possono concorrere complessivamente fino al 20%.
È anche da questa posizione che nasce l’interesse del Consorzio Tutela Colli di Conegliano DOCG verso una maggiore riconoscibilità degli incroci: non considerarli soltanto componenti di un uvaggio, ma studiarne il valore storico e le possibilità di espressione individuale.
Il Rosa e il Moscato, i due Manzoni meno conosciuti
Ancora più raro è il Manzoni Rosa 1.50, nato dall’incrocio tra Trebbiano e Traminer Aromatico. Fu uno degli incroci che conobbero una certa diffusione già dagli anni Quaranta, ma la sua presenza è rimasta circoscritta e oggi sopravvive soprattutto grazie ad alcune aziende del Veneto e della provincia di Treviso.
Il grappolo è medio-piccolo e gli acini assumono un colore rosa-grigiastro. La produzione non è elevata e la pianta trova condizioni favorevoli sui terreni collinari ben esposti.
Il vino può presentarsi giallo paglierino con riflessi ramati o rosati. La componente aromatica richiama il Traminer, con profumi floreali, rosa, spezie, agrumi e frutta esotica, mentre acidità e sapidità contribuiscono a mantenere il sorso asciutto. È adatto ad antipasti di pesce, crostacei e risotti alle erbe, servito intorno ai 10-12 gradi.
Il Manzoni Moscato 13.0.25 nasce invece dall’incrocio tra Raboso e Moscato d’Amburgo. L’intento di Luigi Manzoni era ottenere una varietà capace di conservare la freschezza e il carattere del Raboso attenuandone alcuni tratti più duri attraverso l’apporto aromatico del Moscato. Oggi la sua coltivazione è limitata a poche aree del Trevigiano.
Il grappolo è compatto, gli acini sono di dimensioni medio-grandi e l’uva conserva una marcata componente aromatica. La vinificazione viene spesso orientata verso vini rosati e spumanti. Il colore può richiamare il rosa peonia, mentre al naso emergono rosa, piccoli frutti rossi e agrumi. La freschezza del Raboso incontra così la parte aromatica del Moscato, dando vini che possono trovare spazio come aperitivo, con i crostacei oppure accanto a pasticceria secca.
Manzoni Rosa 1.50 e Manzoni Moscato 13.0.25 vengono già vinificati separatamente da alcune realtà dell’area dei Colli di Conegliano. Sono produzioni numericamente limitate, ma proprio la loro rarità ha riaperto una riflessione sulla possibilità di conservarle e renderle nuovamente leggibili come espressioni nate dalla ricerca viticola coneglianese.
Il tema acquista oggi un significato diverso rispetto agli anni in cui Luigi Manzoni conduceva i suoi esperimenti. Sono cambiate le tecniche di coltivazione e di cantina, sono cambiati i gusti e soprattutto è cambiato il clima. Caratteristiche agronomiche che in passato potevano avere un valore diverso vengono quindi osservate nuovamente alla luce delle condizioni attuali.
È su questo terreno che si muove il lavoro del Consorzio: recuperare la storia degli Incroci Manzoni, approfondirne il comportamento e capire quale spazio possano avere nel futuro della denominazione. Non per ricostruire artificialmente il passato, ma per evitare che varietà nate proprio a Conegliano e strettamente associate alla storia scientifica della città rimangano soltanto nomi in un disciplinare.
A quasi cent’anni dalle prime prove, quei numeri continuano dunque ad avere un significato. 6.0.13, 2.15, 1.50 e 13.0.25 erano coordinate all’interno di un vigneto sperimentale. Sono diventati quattro nomi della viticoltura trevigiana e, soprattutto nel caso del Manzoni Bianco, una parte ormai stabile del patrimonio varietale italiano.



