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25 anni di Guida agli Extravergini Slow Food Italia: il 12 aprile ad Ascoli la presentazione

Ascoli Piceno si prepara ad accogliere, il 12 aprile, il lancio della nuova edizione della Guida agli Extravergini 2025 di Slow Food Italia, che quest’anno celebra i 25 anni di attività. Un traguardo importante, accompagnato da scelte editoriali nette e da una fotografia aggiornata dell’olivicoltura italiana.

La guida, in vendita dall’8 aprile sul sito www.slowfoodeditore.it, raccoglie il lavoro capillare di 125 collaboratori distribuiti lungo tutta la penisola, che hanno recensito 823 aziende e valutato 1321 oli extravergini. Un risultato significativo, soprattutto in un’annata colpita da gravi difficoltà produttive.

Il 2024 ha visto ancora una volta la siccità dominare il panorama olivicolo, aggravata in alcune aree da precipitazioni autunnali persistenti. A complicare il raccolto hanno contribuito anche parassiti, insetti e l’instabilità climatica. Secondo i dati Ismea e Uniprol, la produzione nazionale ha subito un calo del 32% rispetto all’anno precedente, fermandosi intorno alle 220mila tonnellate.

Eppure, nonostante queste condizioni, il settore ha mostrato una sorprendente capacità di reazione. «Nonostante le sfide imposte dai cambiamenti climatici – spiega Francesca Baldereschi, curatrice della Guida – la produzione olivicola ha registrato un miglioramento qualitativo diffuso, sebbene le diverse condizioni climatiche abbiano avuto impatti differenti sui vari territori. La Guida agli Extravergini 2025 testimonia questa rinascita, con circa 830 aziende recensite, un numero in costante aumento che riflette la vitalità e la forza della nostra olivicoltura. Questa crescita non solo evidenzia l’espansione del settore, ma anche la crescente consapevolezza da parte dei produttori, che puntano sulla qualità e sull’innovazione sostenibile. In molti frantoi, l’attenzione ai dettagli, anche nelle piccole produzioni, e l’adozione di soluzioni tecniche avanzate, permettono anche alle aziende più giovani di crescere e farsi spazio in un mercato sempre più esigente».

A emergere con chiarezza è il rifiuto verso modelli produttivi non sostenibili. Quest’anno la guida ha escluso volutamente le aziende che adottano la coltivazione superintensiva. Una presa di posizione forte, dettata da ragioni agronomiche, ambientali ed etiche. Questo metodo, promosso in altri Paesi come soluzione alla riduzione dei costi e all’aumento della resa, si scontra con le caratteristiche del paesaggio italiano e comporta gravi conseguenze a lungo termine.

La configurazione geografica dell’Italia, con territori spesso collinari o frammentati, mal si adatta a coltivazioni che richiedono ampie superfici pianeggianti. A questo si aggiungono costi iniziali molto elevati, una drastica riduzione delle varietà coltivate e la breve durata produttiva delle piante, che difficilmente superano i vent’anni. Un sistema che mette a rischio la biodiversità e compromette secoli di storia rurale, con la perdita di cultivar locali e alberi secolari. Inoltre, in un contesto di scarsità idrica sempre più allarmante, questo tipo di coltivazione risulta incompatibile con le esigenze ambientali del presente.

«Le nostre guide – osserva Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italianon si limitano a valutare la bontà di un prodotto, ma a valorizzare il lavoro che ci sta dietro, le storie delle persone, il rispetto per l’ambiente e il sociale. Siamo partiti da Slow Wine, che in questi anni è diventata sempre più selettiva, e continuiamo quest’anno con l’olio. Con le nostre pubblicazioni vogliamo dare messaggi chiari e utili: a valle, certo, segnalano prodotti e materie prime di qualità, ma a monte creano sistemi locali del cibo, con ricadute positive sul piano economico, sociale, ambientale e paesaggistico. Il sistema di oliveto superintensivo sta proponendo un approccio altamente tecnologico e produttivistico alla coltivazione degli olivi che non tiene in considerazione questa cornice sistemica. È necessario sensibilizzare i produttori sui rischi di questo sistema con motivazioni concrete, come ad esempio la scelta di non inserire in Guida gli oli da impianti superintensivi a partire da quest’anno. Un passaggio politico importante che Slow Food ha voluto intraprendere sperando porti a una riflessione costruttiva su questo fenomeno».

In Italia, la maggior parte delle aziende olivicole continua a coltivare seguendo pratiche rispettose del territorio e della biodiversità. Sono realtà che operano con tecniche attente al suolo, ricorrono a inerbimenti mirati per ridurre il consumo idrico e conservano un legame profondo con i luoghi in cui producono. È anche grazie a loro che prende forma il lavoro del Presidio degli olivi secolari, una delle iniziative che la Guida mette in evidenza per contrastare l’abbandono di terreni un tempo produttivi.

Un dato, in questo senso, è emblematico: secondo il Centro Studi del Consorzio Nazionale di Olivicoltori, circa 500.000 ettari dei 1,1 milioni destinati all’olivicoltura in Italia risultano non più coltivati. Il fenomeno riguarda principalmente il Centro e il Sud, mentre nel Nord si registra un’inversione di tendenza. Complice la crisi climatica, in regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte si stanno sviluppando nuovi impianti, anche al di fuori delle aree storicamente vocate, come il lago di Garda.

«Ovviamente – sottolinea Marco Antonucci, esperto della Guida Extraverginila produzione rimane marginale, per non dire irrilevante: i dati medi degli ultimi anni (2021-2024) ci dicono che la Lombardia produce lo 0,4%, il Veneto lo 0,8%, il Piemonte 0,01% dell’olio italiano. Nella vicina Svizzera la situazione è ancora più marginale: nei due frantoi ticinesi vengono lavorati circa 150/200 quintali di olive con una produzione che non supera i 2.000 litri. I numeri però non vanno presi acriticamente: solo 10 anni fa il Piemonte non veniva nemmeno considerato nella classifica nazionale, in quanto produceva lo 0,003% sul totale nazionale, e oggi ha 10 aziende segnalate nella Guida. Se scorriamo i dati dell’Istituto Servizi per il Mercato Agricolo e Alimentare, abbiamo la conferma che tutto il nord Italia ha mostrato un aumento del numero di aziende olearie. In particolare il Piemonte nel decennio 2010/2020 ha triplicato il numero di aziende, passando da 640 a oltre 1900 e incrementando la superficie dedicata del 16%. La Lombardia non è da meno: più che raddoppiato il numero di aziende, passato da 1.930 a 5.400. Il Friuli-Venezia Giulia nei 10 anni è passato da 510 a 830, la Valle d’Aosta da 47 a 71 e il Trentino-Alto Adige da 845 a 1.056».

Ascoli Piceno ospiterà sabato 12 aprile, alle ore 9.30 presso il Teatro dei Filarmonici, la presentazione della Guida Extravergini 2025, che giunge alla sua venticinquesima edizione. I numeri raccontano un lavoro approfondito e in crescita:

  • 823 aziende recensite (erano 686 nella precedente edizione)
  • 1321 oli selezionati tra oltre 1600 degustati (nel 2024 erano 1071)
  • 127 new entry
  • 233 riconoscimenti assegnati per la qualità
  • 47 chiocciole per le realtà più coerenti con i valori di Slow Food
  • 227 oli appartenenti al Presidio degli olivi secolari
  • 120 aziende che offrono ristorazione e 191 che accolgono i visitatori

Un’aggiunta significativa di quest’anno è l’ingresso della Slovenia nella guida, con 8 aziende selezionate. Un segnale dell’attenzione crescente verso territori limitrofi che dimostrano dinamismo e qualità produttiva.

La giornata di presentazione sarà accompagnata da un ampio programma di eventi che coinvolgeranno anche le osterie di Ascoli, San Benedetto, Pagliare del Tronto e Offida, con cene tematiche, banchi d’assaggio, Laboratori del Gusto e un mercato dedicato.

Tutto questo è possibile grazie al lavoro coordinato dei 125 collaboratori attivi in tutta Italia, che con passione e competenza garantiscono una lettura profonda dei territori. La guida è realizzata anche con il contributo di tre realtà impegnate nella filiera dell’olio di qualità: Gruppo Saida, BioEsperia e RICREA.

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