In occasione della Giornata Mondiale della Tolleranza, il tema si estende anche al cibo. Negli ultimi anni si registra infatti un aumento dei casi di intolleranze alimentari, a cui si affiancano però autodiagnosi, convinzioni personali e tendenze che spingono molte persone a escludere alimenti o categorie intere senza una reale necessità medica.
Una recente analisi europea pubblicata su Allergy mostra che circa il 20% degli adulti si dichiara “intollerante” o “allergico” a qualche alimento, una percentuale in crescita rispetto al decennio precedente. Ma quanto di ciò che percepiamo corrisponde a un problema reale?
Tra diagnosi e confusione
“L’aumento dei casi è reale e le cause sono diverse e intrecciate” spiega Giorgia Attioli, biologa nutrizionista di Doctolib.it, piattaforma digitale per la prenotazione di visite e la gestione della salute. “Da un lato abbiamo una maggiore consapevolezza e strumenti diagnostici più precisi; dall’altro influiscono abitudini e fattori ambientali: consumi elevati di cibi ultra-processati, ridotta diversità del microbiota intestinale, stress, antibiotici frequenti e diete monotone. Tutto questo riduce la capacità del nostro organismo di ‘tollerare’ gli alimenti“.
Studi recenti evidenziano inoltre come l’esposizione agli ingredienti più comuni nei prodotti industriali – zuccheri, grassi raffinati, additivi – possa contribuire non solo a disturbi digestivi, ma anche a un aumento di allergie e condizioni infiammatorie, soprattutto nei più giovani.
“Ma accanto ai casi reali, ci sono persone che si convincono di avere un’intolleranza senza una diagnosi” continua Attioli. “In questi casi si rischia di eliminare alimenti importanti e compromettere l’equilibrio nutrizionale“.
I falsi miti del “senza”
L’utilizzo crescente di etichette come gluten free, sugar free o senza lattosio ha alimentato l’idea che togliere qualcosa renda automaticamente un cibo più sano. “Non è così“ puntualizza la nutrizionista. Ecco i fraintendimenti più comuni:
“Senza zuccheri” non significa più leggero
“Molti prodotti contengono quantità importanti di dolcificanti. Il gusto resta dolce, ma un consumo eccessivo può favorire gonfiore e disturbi intestinali”.
“Senza glutine” non è sinonimo di alimentazione più salutare
“Una dieta gluten free senza diagnosi può risultare più calorica e povera di nutrienti. Molti prodotti industriali aggiungono grassi, zuccheri e sale. Eliminare il glutine senza motivo riduce anche l’apporto di fibre e vitamine”.
“Senza lattosio” non è per tutti
“Il lattosio non è da evitare a priori. Chi non ha un’intolleranza può consumarlo con moderazione o scegliere prodotti fermentati, che ne contengono meno. Solo in caso di diagnosi è necessario ricorrere alle versioni delattosate”.
Giovani e social: quando il “fit” diventa rigidità
L’attenzione crescente per ciò che si mangia, amplificata dai social, sta favorendo comportamenti sempre più rigidi. “Trend come clean eating o le mode ‘fit’ influenzano soprattutto gli adolescenti” spiega Attioli. “Si adottano regimi restrittivi per imitazione, con il rischio di alterare il rapporto con il cibo“.
Uno studio del 2023 mostra che tra gli 11 e i 18 anni, il 40% dei ragazzi che seguono diete “senza” senza motivazioni mediche manifesta un’eccessiva preoccupazione per la purezza del cibo; il 25% collega la dieta all’autostima o al controllo del peso. “È fondamentale promuovere educazione alimentare già a scuola” sottolinea la nutrizionista, “e ricordare che il cibo va compreso, non temuto”.
Come riconoscere un’intolleranza
Gonfiore, stanchezza o fastidi dopo i pasti non indicano automaticamente un’intolleranza. Se i disturbi sono ricorrenti – crampi addominali, meteorismo, diarrea, nausea o pesantezza – è opportuno rivolgersi a un professionista.
“Solo i test validati scientificamente possono confermare un’intolleranza” ribadisce Attioli. Gli strumenti principali sono:
• Test del respiro (Hydrogen Breath Test)
Metodo di riferimento per il malassorbimento di fruttosio e lattosio.
• Test sierologici e biopsia per la celiachia
Ricerca degli anticorpi specifici e, in caso di positività, biopsia intestinale.
“Tutti gli altri test diffusi sul web – del capello, citotossici o kinesiologici – non hanno alcuna validità scientifica e possono portare a diete sbilanciate“.
Il “menù della tolleranza”: buone abitudini per stare bene
La chiave, spiega la nutrizionista, è ritrovare equilibrio: nel corpo, nella dieta e nello stile di vita. Alcune indicazioni utili:
- Regolarità: pasti a orari simili e masticazione lenta favoriscono la digestione.
- Varietà: alternare alimenti e preferire frutta e verdura di stagione sostiene il microbiota.
- Moderazione: limitare cibi ultra-processati e prodotti troppo zuccherati o salati.
- Fermentati con criterio: yogurt, kefir e alimenti fermentati aiutano l’equilibrio intestinale.
- Idratazione e tisane leggere: infusi di finocchio, zenzero o menta piperita possono essere utili.
- Gestione dello stress e attività fisica: il benessere intestinale passa anche dalla mente.
“La vera tolleranza nasce dalla conoscenza” conclude Giorgia Attioli. “Prima di eliminare qualcosa, chiediamoci se c’è realmente un motivo. Le intolleranze vanno diagnosticate, non indovinate. E l’organismo, come le persone, sta meglio quando è ascoltato con equilibrio e senza estremi“.


