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Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema

A Carema il Nebbiolo cambia passo. Diventa più sottile, verticale, nervoso. E soprattutto nasce in un paesaggio difficile da replicare: terrazze strappate alla montagna, muri a secco, pergole di castagno sostenute dai “pilun“, le colonne di pietra che regolano il calore tra giorno e notte. La degustazione organizzata dalla Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema è stata soprattutto questo: un modo per capire quanto il vino, qui, sia ancora legato alla fatica del luogo.

Carema, ultimo comune piemontese prima della Valle d’Aosta, può contare su appena 23 ettari vitati. La cooperativa, fondata nel 1960 da dieci viticoltori, oggi riunisce oltre cento soci e lavora circa 15 ettari, pari a gran parte della denominazione. Il vitigno è il Nebbiolo, qui chiamato Picutener, coltivato tra i 300 e i 600 metri d’altitudine. Nel 2014 il Carema è diventato Presidio Slow Food, mentre dal 2024 i paesaggi terrazzati del Mombarone sono entrati nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici.

Visitando i vigneti si capisce subito perché questa viticoltura venga spesso definita eroica. Le “topie“, le pergole tradizionali di Carema, creano corridoi ombreggiati tra le terrazze. I “pilun“, costruiti in pietra e cemento, sostengono la struttura e trattengono il calore. Gran parte del lavoro continua a essere manuale: dalla manutenzione dei muri a secco alla vendemmia, trasportata a spalla lungo scalinate ripide.

La degustazione ha mostrato una denominazione molto coerente nello stile, ma capace di sfumature diverse. Si parte dal Metodo Classico rosé “Lunaneuva, da Nebbiolo in purezza, affinato 36 mesi sui lieviti. Un rosato dal colore tenue, con note di frutti di bosco, lievito e una chiusura sapida che richiama la pietra e le erbe di montagna.

Più immediato il rosato “Tournet” 2024, prodotto con Nebbiolo e Neretti: fresco, leggero, giocato su fragola e ciliegia e sulla facilità di beva. Poi si entra nel centro della denominazione con il Carema Doc, l’etichetta di riferimento della cantina, affinata due anni, di cui almeno dodici mesi in botte grande. Il profilo resta lontano dall’idea di Nebbiolo potente: il colore è scarico, i tannini fini, la freschezza sempre in evidenza. Nel bicchiere emergono spezie, erbe alpine, fiori secchi e una nota minerale molto netta.

Il Carema Riserva 2021 aggiunge profondità senza perdere eleganza. Le uve arrivano dalle parcelle meglio esposte e la macerazione può superare il mese. Il risultato è un vino più strutturato, con note di liquirizia, cacao, spezie dolci e un tannino levigato, ma sempre sostenuto da acidità e sapidità.

Interessante anche la versione affinata in tonneaux e barrique usate, prodotta in poche migliaia di bottiglie: uno stile meno austero, più accessibile nell’immediato, dove il legno accompagna senza coprire il carattere montano del vino.

A colpire, più dei singoli assaggi, è il rapporto tra il vino e il paesaggio. Carema non è una denominazione costruita sulla quantità: nel 2024 la produzione complessiva si è fermata a poco più di 73 mila bottiglie. Qui ogni filare sembra conquistato alla roccia. Ed è probabilmente questo che rende il Carema così riconoscibile: un Nebbiolo di montagna che non cerca concentrazione, ma tensione, precisione e lunghezza.

Piera Genta
Piera Gentahttps://www.facebook.com/piera.genta
Racconto il cibo e il vino come esperienze che vanno oltre il gusto: sono storie di persone, territori e tradizioni che si intrecciano con il presente. Amo scoprire e condividere ciò che rende unico un piatto, un calice o un viaggio, cercando sempre il dettaglio capace di emozionare. Il mio approccio è giornalistico: osservo, ascolto, indago e documento, con l’obiettivo di trasformare la curiosità in racconto. Credo che parlare di enogastronomia significhi dare voce a chi crea, coltiva e innova, restituendo autenticità e visione al lettore.

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