Tra le colline della Valdera c’è un telefono che non squilla e non riceve chiamate. Si trova a Santo Pietro Belvedere, frazione di Capannoli, in provincia di Pisa, dentro una piccola cabina bianca sistemata su un poggio del Podere Tegolaja. La cornetta non è collegata a nessuna linea: chi arriva fin quassù può alzarla, parlare e affidare al vento parole rivolte a una persona che non c’è più, oppure semplicemente restare in silenzio.
È il Telefono del Vento, conosciuto anche come Cabina del Vento, inaugurato il 21 dicembre 2023. Il progetto porta la firma del fotografo Marco Vanni, che propose l’idea ai titolari del Podere Tegolaja. La struttura è stata disegnata da Matteo Bagnoli e realizzata dal falegname Romeo Gorini. Sorge su un terreno privato dell’azienda agricola, ma è accessibile al pubblico: un sentiero conduce alla sommità della collina, da cui lo sguardo raggiunge la Valdera, gli Appennini e, nelle giornate più limpide, il mare.
Dentro non c’è molto. Un apparecchio telefonico, una mensola, un quaderno. Ed è proprio l’assenza di tecnologia a dare senso al luogo. Non ci sono numeri da comporre né qualcuno dall’altra parte che possa rispondere. La conversazione è affidata a chi entra nella cabina: può essere un saluto, una frase rimasta sospesa, un ricordo, una confessione o qualcosa che per anni non si è riusciti a dire.
Sul quaderno restano invece tracce concrete del passaggio dei visitatori. Firme, pensieri, poesie e messaggi si sono accumulati nel tempo, tanto che, a un anno dall’apertura, Marco Vanni ha lavorato a un progetto per trasformare parte di quelle testimonianze in un podcast.
L’origine dell’idea è molto più lontana dalla Toscana. Il primo Kaze no Denwa, il telefono del vento, nacque nel 2010 a Ōtsuchi, nella prefettura giapponese di Iwate. Itaru Sasaki, designer di giardini, installò nel proprio giardino una cabina con un telefono non funzionante dopo la morte di un cugino, per continuare simbolicamente a rivolgergli le proprie parole. L’anno seguente il terremoto e lo tsunami dell’11 marzo 2011 devastarono la regione del Tōhoku e colpirono duramente anche Ōtsuchi. La cabina venne allora aperta ad altre persone e divenne un luogo legato all’elaborazione della perdita.
Da quel momento l’idea è stata ripresa in diversi Paesi, senza una funzione religiosa precisa e senza la pretesa di offrire risposte. Il principio è più semplice: creare uno spazio fisico in cui concedersi il tempo di pronunciare ciò che nella vita quotidiana rimane spesso trattenuto.
A Santo Pietro Belvedere il modello giapponese ha trovato una dimensione propria. Intorno alla cabina ci sono campi, olivi e vigneti, mentre il vento è una presenza frequente sulla sommità della collina. Non è necessario arrivare con una storia da raccontare. C’è chi prende in mano la cornetta, chi scrive sul quaderno e chi osserva soltanto la campagna. La Cabina del Vento non stabilisce un rito né indica come debba essere usata.
In un tempo in cui quasi ogni comunicazione passa da uno schermo e lascia una traccia digitale, su questa collina accade l’opposto: un telefono scollegato permette di parlare senza che nulla venga trasmesso. Le parole non raggiungono una rete, non chiedono risposta. Restano per qualche istante dentro una cabina bianca e poi, almeno idealmente, prendono la strada del vento.






