HomeEventiVigna del Parroco, sessant’anni di Ruchè dove tutto è cominciato

Vigna del Parroco, sessant’anni di Ruchè dove tutto è cominciato

A Castagnole Monferrato ci sono vigne che non appartengono soltanto alla geografia del vino, ma alla memoria di una comunità. La Vigna del Parroco è una di queste: due ettari accanto alla chiesa del paese, piantati nel 1964 da Don Giacomo Cauda, diventati nel tempo il punto da cui il Ruchè ha trovato una direzione, un’identità e una continuità produttiva.

La giornata dedicata ai sessant’anni della vigna ha riportato l’attenzione su uno dei luoghi decisivi per la storia di questo vitigno. Il percorso è cominciato dalla Panchina Gigante di Sant’Eufemia, affacciata sul paesaggio del Monferrato astigiano, con una colazione pensata come primo momento di incontro prima di raggiungere il centro storico e il Museo del Ruchè. Da lì il racconto si è allargato: non soltanto una varietà d’uva, ma una vicenda locale capace di diventare, vendemmia dopo vendemmia, una delle denominazioni più riconoscibili del territorio.

Negli anni Sessanta il Ruchè era ancora un’uva coltivata quasi esclusivamente a Castagnole Monferrato e nei dintorni. Non aveva la notorietà di oggi, né una struttura produttiva in grado di sostenerne la diffusione. Fu Don Giacomo Cauda, parroco del paese, a intuirne il valore. Nel 1964 decise di piantare la vigna accanto alla chiesa, scegliendo di dare continuità a un vitigno che rischiava di restare confinato in una dimensione domestica, affidato a poche famiglie e a una memoria orale.

Da quella scelta nacque il suo Vino del Parroco, considerato il punto di partenza del Ruchè moderno. All’inizio la vigna fu anche una responsabilità condivisa: gli abitanti del paese promisero il proprio aiuto, consapevoli che quel piccolo appezzamento potesse rappresentare qualcosa di più di una produzione agricola. Era un segno di appartenenza, ma anche un atto di fiducia verso un’uva ancora poco conosciuta.

La forza della Vigna del Parroco sta proprio in questa origine. Non nasce come operazione commerciale, ma come gesto di tutela e visione. In quei due ettari si è depositata una parte importante della storia recente del Ruchè, prima che il vitigno conquistasse attenzione critica, riconoscibilità e mercato. Per questo la ricorrenza dei sessant’anni non riguarda soltanto una vendemmia, ma il percorso di un territorio che ha saputo costruire valore attorno a una varietà identitaria.

Nel tempo la parcella è passata a Francesco Borgognone e poi, nel 2016, a Luca Ferraris, che ne ha raccolto l’eredità produttiva e simbolica. Oggi la Vigna del Parroco è il solo cru del Ruchè di Castagnole Monferrato DOCG riconosciuto dal Ministero dell’Agricoltura, all’interno di una denominazione limitata a sette comuni dell’Astigiano. Un dettaglio che racconta bene il peso specifico di questo vigneto: piccolo nelle dimensioni, centrale nella storia della denominazione.

Al Museo del Ruchè, la degustazione ha permesso di rileggere il vitigno attraverso il tempo. Quattro vecchie annate, dal 2009 al 2012, hanno preceduto la presentazione ufficiale della sessantesima vendemmia, la 2024. Un confronto utile per andare oltre l’immagine più immediata del Ruchè, spesso associato soltanto al profilo aromatico, alla freschezza del frutto e alla sua naturale esuberanza.

Con l’evoluzione in bottiglia, il vino cambia passo. I profumi si fanno meno diretti, la trama si distende, il sorso acquista profondità. Le annate più mature mostrano una capacità di trasformazione che non sempre viene riconosciuta a questo rosso del Monferrato. Il tempo ne attenua l’irruenza iniziale e lascia emergere sfumature più complesse, capaci di restituire una lettura diversa del vitigno e della sua tenuta nel bicchiere.

La presentazione della vendemmia 2024 ha chiuso idealmente il cerchio tra origine e futuro. Sessant’anni dopo il primo impianto voluto da Don Giacomo Cauda, la Vigna del Parroco continua a parlare la lingua del paese da cui è nata, ma lo fa con una consapevolezza nuova. Non è più soltanto la vigna di un parroco lungimirante: è un riferimento per chi vuole capire come un vitigno marginale sia riuscito a diventare denominazione, racconto territoriale e patrimonio condiviso.

La giornata si è conclusa da Ferraris Agricola, con un pranzo che ha riportato il discorso dal vigneto alla tavola. È lì che il vino trova la sua misura più naturale: nel confronto con il cibo, nella conversazione, nella capacità di accompagnare un momento senza perdere il legame con la terra da cui proviene.

La Vigna del Parroco resta questo: non soltanto un vigneto storico, ma il luogo in cui il Ruchè ha trovato continuità. Due ettari appena, sufficienti però a cambiare il destino di un’uva e a consegnare a Castagnole Monferrato una parte essenziale della sua identità enologica.

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