A Canelli, il vino non è soltanto una produzione d’eccellenza, ma una chiave per leggere il paesaggio, la storia e l’identità di una città che ha costruito sotto terra una parte decisiva della propria fortuna enologica. Canelli Città del Vino 2026 ha riportato al centro questo patrimonio, intrecciando degustazioni, cultura, approfondimento e convivialità in una serata dedicata alle bollicine piemontesi e alle denominazioni che raccontano le colline circostanti.
Il primo passaggio significativo della manifestazione si è svolto nelle Cantine Gancia, dove il momento istituzionale ha accompagnato la presentazione della mappa “I Cru di Enogea: Canelli DOCG“, realizzata da Alessandro Masnaghetti. Un lavoro che permette di osservare con maggiore precisione la geografia della denominazione, distinguendone colline, zone e vigneti e offrendo una lettura più puntuale delle differenze che definiscono il Canelli DOCG.
La mappa porta così l’attenzione sul territorio prima ancora che sulla bottiglia. Per una denominazione fortemente legata alla morfologia delle colline, individuare e raccontare le diverse aree significa infatti dare maggiore profondità alla conoscenza del vino e delle sue origini.
Canelli conserva un rapporto storico con il Moscato e con la spumantistica piemontese. Asti DOCG e Canelli DOCG rappresentano due riferimenti centrali di questa identità, inseriti però in un panorama più ampio che comprende altre denominazioni del Piemonte, dall’Alta Langa al Brachetto d’Acqui, fino al Nizza DOCG.
A raccontare la profondità di questa storia sono anche le celebri Cattedrali Sotterranee, il sistema di gallerie scavate nel sottosuolo cittadino e legate allo sviluppo della produzione spumantistica. Visitare una delle cantine ipogee significa attraversare fisicamente la memoria produttiva di Canelli: lunghi corridoi, volte, ambienti destinati all’affinamento e architetture nate dalle esigenze del vino che nel tempo sono diventate parte dell’identità della città.
È proprio nel sottosuolo che si comprende quanto la storia enologica locale non appartenga soltanto al passato. Quelle gallerie continuano a raccontare l’evoluzione di una cultura produttiva che ha contribuito a fare di Canelli uno dei luoghi simbolo dello spumante italiano.
Accanto alla storia, l’edizione 2026 ha guardato anche alle novità. Tra queste, l’Asti Rosé, nuova tipologia dell’Asti DOCG ufficializzata nel corso dell’anno. Nato dall’incontro tra Moscato e Brachetto, introduce una nuova espressione nel panorama delle bollicine piemontesi e amplia il racconto di una denominazione che continua a evolversi mantenendo un legame diretto con i vitigni del territorio.
L’Asti Rosé ha trovato spazio durante la serata accanto ai banchi d’assaggio, alle degustazioni e alle proposte di mixology, offrendo una lettura contemporanea dello spumante piemontese e mostrando come le denominazioni possano sviluppare nuovi linguaggi senza perdere il riferimento alle proprie origini.
Fuori dalle cantine, la manifestazione ha coinvolto anche il centro di Canelli, tra cucine di strada, piatti del territorio, produttori, musica dal vivo e dj set. Il vino è diventato così il filo conduttore di un percorso diffuso tra piazze, assaggi e incontri, con la città chiamata a raccontarsi attraverso le sue diverse anime.
La forza di Canelli Città del Vino 2026 è stata proprio nella capacità di mettere sullo stesso piano approfondimento e convivialità. Da una parte il lavoro tecnico di Alessandro Masnaghetti sui Cru del Canelli DOCG, dall’altra le degustazioni, le cantine e la vita nelle strade. Due modi diversi di parlare dello stesso territorio.
E poi c’è ciò che rende Canelli difficilmente separabile dal suo vino: una città che possiede una geografia visibile, fatta di vigne e colline, e una seconda geografia nascosta sotto le strade, scavata nel tempo per custodire milioni di bottiglie. È tra questi due livelli, quello del paesaggio e quello delle Cattedrali Sotterranee, che continua a prendere forma il racconto di una delle capitali piemontesi delle bollicine.



























