Nel panorama enogastronomico odierno, dove la rincorsa al format perfetto e al gusto standardizzato per catturare “like” rischia di appiattire ogni emozione, c’è chi decide di remare controcorrente. È successo a Bra lo scorso 7 settembre, quando il cortile delle Cantine Ascheri si è trasformato nel palcoscenico di “Irregolanti“, un appuntamento imperdibile che ha celebrato la bellezza dell’anticonformismo a tavola.
L’idea, lanciata da Matteo Ascheri, alla guida dell’Azienda Agricola Ascheri Matteo, è tanto provocatoria quanto necessaria: smettere di assecondare ciecamente le regole del mercato per ritrovare l’anima più autentica del cibo e del vino, preferendo il valore dell’identità alla fredda logica dei numeri.


Sotto lo sguardo onirico di una gigantesca balena sospesa tra i filari — simbolo visivo della manifestazione curato dalla cooperativa sociale Laboratorio Zanzara — si è discusso di sfide attuali e urgenti. Dal cambiamento climatico, che impone di ripensare le rigide regole dei disciplinari agricoli, fino al rischio di snaturare i paesaggi con lo sfruttamento intensivo, il dibattito ha evidenziato come l’adesione cieca alle consuetudini possa oggi rivelarsi un errore fatale. L’obiettivo non è la sterile ribellione, ma la pratica di una disobbedienza costruttiva, capace di restituire anima, trasparenza e identità alle filiere.
Nel cortile della cantina, nel centro di Bra, agghindato a festa, è andata in scena una degustazione che ha fatto dell’unicità la sua bandiera. I palati dei presenti hanno viaggiato attraverso i sapori esotici e solidali di Vastè, per poi tornare saldamente sul territorio con la celebre salsiccia braidese tutelata dalla Macelleria Masino e i formaggi fuori dal coro del geniale affinatore Fiorenzo Giolito.


Abbiamo scoperto l’essenza della panificazione con il pane all’orzo tostato di SOV Bakery, ceduto alla golosità della torta alle nocciole di Elena Fenocchio e respirato l’aria della più pura tradizione piemontese con l’Osteria Murivecchi, che dagli anni Novanta difende i sapori locali dalle derive del fine dining.
Protagonista indiscusso, ovviamente, il calice. La cantina padrona di casa ha proposto quindici delle sue etichette in veste “unplugged“, sfidando i rigidi canoni della sommellerie classica. Nessun abbinamento gastronomico imposto dall’alto, ma accostamenti puramente emozionali con brani musicali, pellicole cinematografiche e opere d’arte, lasciando a chi degustava la totale libertà di trovare la propria personalissima armonia sensoriale.


Questo incontro ci lascia una lezione preziosa per chi ama il buon cibo e il buon bere: nel mondo agricolo e culinario, l’anomalia non è un difetto. Al contrario, è l’ingrediente segreto che mantiene vivi i nostri territori e rende ogni sorso, o boccone, un’esperienza meravigliosamente irripetibile.
VIAGGIO SENSORIALE ALLE CANTINE ASCHERI: IL TEMPO NEL CALICE

L’atmosfera intima e sospesa delle storiche Cantine Ascheri ha fatto da cornice a una masterclass d’eccezione, un vero e proprio pellegrinaggio sensoriale guidato dalla sapiente narrazione del maestro cantiniere Giuliano Bedino. Il bicchiere, tra le sue mani, è diventato la lente attraverso cui leggere la terra, la tecnica e l’inevitabile magia del tempo.
Il viaggio ha preso il via con un’affascinante esplorazione del Viognier, frutto di viti caparbie che la cantina ha avuto l’intuizione di impiantare nel lontano 1993. Affiancare la giovinezza della vendemmia 2024 alla maturità del 2015 è stato un esercizio di pura percezione olfattiva e gustativa.
Se l’annata 2024 danzava nel calice con una brillantezza vibrante e scattante, il 2015 ha offerto l’opportunità rara di ascoltare la metamorfosi del vino. L’evoluzione dei sentori nel bicchiere più maturo ha rivelato una complessità affascinante, dove l’irruenza giovanile si è fusa in una morbidezza avvolgente e in profumi terziari di rara eleganza.
Il secondo atto della degustazione ci ha immerso nei toni scuri, speziati e profondi del Syrah. Il confronto tra le annate 1996 e 2016 ha evidenziato come il sapiente e calibrato uso del legno possa plasmare l’anima di un vino.
L’annata 1996, in cui solo il 25% del prodotto ha riposato in barrique per tre mesi, ha mostrato un’agilità e una tensione inaspettate. Il 2016, al contrario, arricchito da 12 mesi completi di barrique, ha sprigionato un bouquet denso e materico. Portando il calice al naso, i sensi sono stati rapiti da un valzer potente: note calde di tabacco, la dolcezza concentrata della frutta candita e un finale scuro, elegantemente dominato da suggestioni di fumo.
L’epilogo è stato affidato all’aristocrazia del territorio: il Barolo Sorano 2020. Nato da viti dalle radici molto vecchie e profonde, questo calice ha sfiorato un’autentica perfezione formale. Al palato ha regalato la sorpresa più grande, tracciando una nuova rotta per il re dei vini.
L’evoluzione del prodotto ha mostrato una chiara direzione stilistica: meno ricerca di una complessità gravosa e austera e uno slancio vibrante verso una freschezza cristallina. Un sorso teso, elegante e incredibilmente dinamico, che ha chiuso in modo magistrale la nostra esperienza.
















