Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano, ha commentato con preoccupazione le nuove misure tariffarie adottate dagli Stati Uniti. Le autorità americane, secondo quanto riportato dai media, hanno introdotto un aumento dei dazi fino al 35% sulle importazioni, colpendo direttamente anche il Parmigiano Reggiano, che finora era soggetto a un’imposta del 15%.
“Apprendiamo ora dai media che gli USA hanno introdotto tariffe aggiuntive pari al 20%. Si tratta di una tariffa fissa su tutte le importazioni che colpisce anche il nostro prodotto. I dazi sul nostro prodotto passano quindi dal 15% al 35%. Di certo la notizia non ci rende felici, ma il Parmigiano Reggiano è un prodotto premium e l’aumento del prezzo non porta automaticamente ad una riduzione dei consumi. Lavoreremo per cercare con la via negoziale di fare capire per quale motivo non ha senso applicare dazi a un prodotto come il nostro che non è in reale concorrenza con i parmesan americani.“
La notizia non arriva in un momento semplice, ma il presidente sottolinea la forza e la reputazione del Parmigiano Reggiano sul mercato. Il formaggio, infatti, è considerato un prodotto di alta gamma, e secondo Bertinelli, l’incremento dei prezzi non comporterà necessariamente un calo della domanda.
Il mercato statunitense rappresenta una fetta importante per l’export del Parmigiano Reggiano, incidendo per il 22,5% sul totale. Nonostante la concorrenza con i cosiddetti “parmesan” americani, Bertinelli evidenzia come le due categorie siano completamente differenti per posizionamento, qualità e metodo produttivo.
“Ci rimboccheremo le maniche per sostenere la domanda in quello che è il nostro primo mercato estero e che rappresenta oggi il 22,5% della quota export totale. Il Parmigiano Reggiano copre circa il 7% del mercato dei formaggi duri a stelle e strisce e viene venduto a un prezzo più che doppio rispetto a quello dei parmesan locali. Noi non siamo affatto in concorrenza coi formaggi locali: si tratta di prodotti diversi che hanno posizionamento, standard di produzione, qualità e costi differenti: è pertanto assurdo colpire un prodotto di nicchia come il Parmigiano Reggiano per proteggere l’economia americana.“
Bertinelli ricorda anche l’esperienza del 2019, quando l’amministrazione Trump introdusse dazi aggiuntivi del 25%, provocando un’impennata del prezzo al dettaglio senza però incidere in modo negativo sulle vendite. I consumatori statunitensi continuarono a scegliere il Parmigiano Reggiano, anche a fronte di un costo maggiore.
“Nel 2019, quando Trump introdusse tariffe aggiuntive pari al 25%, il Parmigiano Reggiano fu il prodotto più colpito con un incremento del prezzo a scaffale dai 40 ai 45 dollari al chilo. Fortunatamente i dazi sono poi stati sospesi il 6 marzo del 2021 e non ci hanno creato problemi in termini di vendite. Gli americani hanno continuato a sceglierci anche quando il prezzo è aumentato. Negli Stati Uniti chi compra il Parmigiano Reggiano fa una scelta consapevole: ha infatti un 93% di mercato di alternative che costano 2-3 volte meno. Imporre dazi su un prodotto come il nostro aumenta solo il prezzo per i consumatori americani, senza proteggere realmente i produttori locali. È una scelta che danneggia tutti.“
Infine, il presidente del Consorzio punta il dito contro un altro tipo di concorrenza, ben più minacciosa rispetto ai produttori esteri: quella dei cosiddetti “prodotti alternativi”, creati in laboratorio, che sfruttano denominazioni come “latte” o “formaggio” pur non avendo alcun legame con l’origine animale.
“Oggi, il vero nemico dei produttori di latte non sono le loro controparti estere, ma i prodotti che vengono chiamati ‘latte’ o ‘formaggio’ pur non avendo alcuno legame con terra e animali, come i cibi a fermentazione cellulare.“



