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Senza donne non c’è futuro per cibo e agricoltura, l’appello di Slow Food

Nel sistema alimentare globale il ruolo delle donne resta centrale ma ancora segnato da forti disuguaglianze. In occasione della Giornata Internazionale della Donna, Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, richiama l’attenzione su una realtà che attraversa cucine, campagne e filiere agricole.

«Nonostante molto lavoro sia stato fatto e si stia facendo, il femminile vive ancora una profonda situazione di iniquità in moltissimi settori. Nella gastronomia le donne, nei secoli, con poche risorse, hanno tramandato ricette straordinarie; tuttavia, con poche eccezioni, nelle classifiche dei migliori cuochi risultano ancora dietro agli uomini e lavorano spesso nelle retrovie. La situazione non migliora se usciamo dalle cucine per andare nei campi. Anche qui la forza lavoro femminile è sfruttata quanto e più degli uomini; inoltre, le donne si sobbarcano il carico familiare e sono sistematicamente esposte a molestie sessuali. Esse ricevono remunerazioni nettamente inferiori rispetto ai colleghi uomini, sono lontane dai ruoli apicali e decisionali, e in molte nazioni è impedito loro addirittura di possedere terreni» sottolinea Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia.

I dati aiutano a comprendere la portata del problema. Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto, a fronte di circa 7.200 euro medi annui percepiti dai braccianti agricoli, le lavoratrici guadagnano in media 1.800 euro in meno. La Fao stima che meno del 15% dei proprietari di terreni agricoli nel mondo siano donne, quota che nei Paesi arabi scende al 10%.

Eppure la presenza femminile resta determinante nella produzione alimentare. Nel continente africano, ad esempio, le donne coltivano circa l’80% dei prodotti agricoli, secondo la Banca Mondiale. «Attraversare una qualsiasi porzione di campagna africana vi farà capire che cosa rappresentano le donne nell’economia agricola. Chinate nei campi, sembra non smettano mai di lavorare. Le donne sono il perno delle comunità del cibo e le custodi di cibi preziosi come i Presìdi Slow Food – dalla zucca di Lare in Kenya alle antiche varietà di riso in Indonesia –, e molte di loro si ritroveranno a Torino, in occasione di Terra Madre dal 24 al 28 settembre», osserva Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.

Secondo uno studio della Banca Mondiale, la parità nell’accesso alla terra potrebbe ridurre la fame nel mondo del 17%. La Fao, che ha indicato il 2026 come Anno Internazionale delle Donne Agricoltrici, sottolinea che “ridurre le disuguaglianze di genere nell’agricoltura non è solo una questione di equità, ma una leva economica e sociale: colmare il gap ridurrebbe l’insicurezza alimentare per 45 milioni di persone e aumenterebbe il Pil globale di 1.000 miliardi di dollari”.

Per Nappini, il cibo può diventare anche uno strumento di emancipazione. «Il cibo può e deve quindi essere strumento di emancipazione – continua Barbara Nappini –, capace di reinterpretare ruoli che la storia e la cultura ci hanno cucito addosso. Esercitare il diritto imprescindibile di esprimersi significa rompere il tetto di cristallo. Così il cibo si fa palcoscenico di dieci, cento, mille storie di emancipazione femminile».

Le esperienze femminili lungo la filiera alimentare raccontano un percorso in crescita. In Italia, circa il 50% delle imprese agricole guidate da donne gestisce attività multifunzionali — dalla vendita diretta all’agriturismo, fino alla trasformazione dei prodotti e alle fattorie didattiche e sociali — mentre il 60% adotta pratiche ecocompatibili come l’agricoltura biologica.

«Allora è doveroso, ogni giorno dell’anno – conclude Barbara Nappini –, problematizzare il ruolo delle donne in questi due settori centrali della nostra vita: l’agricoltura e la trasformazione del cibo. È doveroso dare voce alle migliaia di contadine, pastore, pescatrici, cuoche, artigiane, produttrici di vino e di qualsiasi altro prodotto, educatrici, giardiniere e imprenditrici che ogni giorno si impegnano per aumentare la sicurezza alimentare e preservare risorse naturali, culture e saperi locali, non come azione utopica o romantica, ma come un percorso di sperimentazione concreta capace di portare innovazione in una prospettiva anche collettiva che guarda al futuro proattivamente e con fiducia».

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