Dalle coste della Grecia a quelle della Sicilia, dal Tirreno alla Laguna di Venezia, le isole minori del Mediterraneo conservano una viticoltura fragile e tenace, fatta di vitigni antichi, paesaggi estremi e saperi trasmessi nei secoli.
In questi territori sospesi tra terra e mare, produrre vino non significa soltanto coltivare la vite. Significa confrontarsi ogni giorno con vento, salsedine, suoli vulcanici o rocciosi, pendenze difficili, rese basse e condizioni climatiche spesso imprevedibili. L’isola è un mondo delimitato, con flora, fauna, clima e geologie proprie. Proprio questi confini, nel tempo, hanno contribuito a preservare varietà di vite arrivate da lontano o presenti da epoche remote, capaci di adattarsi a condizioni ambientali molto diverse.
Nelle isole minori questa selezione naturale e culturale è stata ancora più severa. La vite ha dovuto misurarsi con terreni poveri, scarsità d’acqua, esposizioni continue al mare e superfici coltivabili ridotte. Da qui nascono vini dal profilo riconoscibile, spesso lontani dai modelli più diffusi: bianchi salini, passiti solari, rossi mediterranei, etichette prodotte in numeri minimi e legate in modo profondo al luogo d’origine.
Il progetto dedicato ai vini delle isole minori, promosso da Proposta Vini, raccoglie piccole realtà del Mediterraneo, ciascuna con una propria identità enologica e culturale. Il percorso attraversa Ibiza, Porquerolles, la Laguna di Venezia, l’Isola del Giglio, l’Elba, Ponza, Ventotene, Ischia, Capri, San Pietro, Salina, Ustica, Pantelleria, Hvar, Cefalonia, Milos, Limnos, Samos e Santorini.
«Con il termine Isole Minori intendiamo piccole isole del Mediterraneo all’interno delle quali, dall’altura, dal punto più in alto dell’isola, si possono vedere tutte le coste – spiega Gianpaolo Girardi, fondatore di Proposta Vini – queste piccole isole hanno spesso mantenuto l’aspetto primordiale nel passaggio da una situazione all’altra, conservano vitigni antichi e antiche tecniche di viticoltura, sono realtà uniche nel loro genere».
È una geografia del vino che racconta il Mediterraneo attraverso produzioni spesso limitate, nate da comunità abituate a trasformare vincoli ambientali in carattere. Di seguito alcune cantine e alcuni vini simbolo di questa viticoltura, testimone di un patrimonio storico e culturale che continua a vivere nelle vigne più esposte e nei terrazzamenti più difficili.
Isola del Giglio — Castellari, Ansonica Melù
All’Isola del Giglio, Simone Ghelli e Desy Ghelli hanno scelto di riportare la vite in luoghi dove il tempo e la fatica avevano favorito l’abbandono. Il Giglio è un’isola granitica affacciata sul Mar Tirreno, con vigneti che si arrampicano su pendenze capaci di raggiungere il 30-40 per cento, spesso a strapiombo sul mare. Qui la viticoltura richiede lavoro manuale, conoscenza del terreno e terrazzamenti indispensabili per rendere possibile la coltivazione.
La storia vitivinicola dell’isola ha radici molto antiche. Etruschi e Romani posero le basi della coltivazione della vite; dal XIV secolo, poi, i Medici favorirono la diffusione dei vigneti, destinando una parte importante dell’isola alla produzione di vino da Ansonica. Con il passare del tempo, però, le condizioni estreme di lavoro e la scarsa produttività portarono alla progressiva rinuncia a molti terreni.
Oggi Simone e Desy, con l’azienda Castellari, gestiscono 1,2 ettari di vigneti interamente terrazzati e dedicati all’Ansonica. La conduzione segue pratiche agronomiche essenziali, antiche e ancora attuali, nel rispetto dei suoli granitici e dell’equilibrio isolano. La produzione resta molto ridotta: tra le 2.000 e le 3.000 bottiglie l’anno.

L’Ansonica Melù nasce dalle uve dei vigneti Castellari e Saetta. È un vino di forte identità, ottenuto con macerazioni sulle bucce che possono variare dai dieci giorni agli otto mesi in acciaio, seguite da affinamento sempre in acciaio. Nel calice si presenta con un colore oro brillante, tipico della bacca matura di Ansonica. Al naso richiama la macchia mediterranea, con note di salvia e camomilla; al palato mostra freschezza, sapidità e grande scorrevolezza.
Si abbina bene alla carne di maiale e trova una buona espressione con l’arista al latte con erbe aromatiche, piatto della cucina toscana.
Prezzo in enoteca: 27 euro.
Ustica — Hibiscus, Zibibbo Passito Zhabib
A Ustica, Hibiscus è una piccola realtà legata in modo stretto alla propria isola. È l’unica azienda a svolgere l’intero processo produttivo, dalla coltivazione alla vinificazione, sui propri terreni usticesi. I vini nascono da suoli vulcanici, capaci di conservare i tratti più riconoscibili delle uve tradizionali della Sicilia occidentale.
Ustica è l’apice emerso di un vulcano sottomarino, un’isola di circa 800 ettari situata 36 miglia a nord di Palermo. Al centro si innalzano colline di circa 300 metri, mentre lungo la costa si trovano pianure e terrazzamenti naturali modellati, nel corso del tempo, dagli innalzamenti e dagli abbassamenti del livello del mare.
Margherita Longo e Vito Barbera vivono sull’isola tutto l’anno con la loro famiglia e conducono tre ettari di vigneti distribuiti in piccoli appezzamenti tra Tramontana e Ponente. L’azienda, avviata negli anni Ottanta tra muretti a secco, vigneti a spalliera e una piccola struttura di vinificazione, ha trovato nuovo impulso nel 2010, quando Margherita e Vito hanno deciso di piantare nuovi vigneti e ristrutturare la cantina, con l’obiettivo di tutelare una materia prima di qualità e portare in bottiglia la voce più nitida dell’isola.
La presenza del mare condiziona ogni aspetto della coltivazione. La salsedine, il vento, il clima e la luce determinano la vita della vite e incidono sul carattere dei vini.

Lo Zibibbo Passito Zhabib nasce da uve provenienti da diversi appezzamenti tra Contrada Spalmatore e Contrada Tramontana. Lo Zibibbo, varietà storicamente presente a Ustica, trova nei suoli vulcanici vicini al mare un ambiente ideale per esprimere aromaticità, sapidità e mineralità. In passato veniva utilizzato anche nei vini di consumo familiare e appassito per la preparazione di dolci; Hibiscus ne ha recuperato la coltivazione e la vinificazione con tecniche capaci di valorizzarne il profilo.
Zhabib è un vino intenso e solare, che restituisce gli aromi fruttati delle uve Moscato. Le sensazioni dolci di mandorla, fico secco e miele, tipiche dello Zibibbo appassito al sole, trovano equilibrio in una freschezza ben presente, rendendo il vino ricco ma mai eccessivo.
È un vino da meditazione, adatto alla pasticceria siciliana, in particolare ai cannoli e alla cassata. Da provare anche con formaggi erborinati o piccanti, come il Piacentinu Ennese, pecorino siciliano Dop a base di zafferano.
Prezzo in enoteca: 42 euro.
Ventotene — Candidaterra, Pandataria Il Vino del Confino
Ventotene, la più meridionale delle isole dell’Arcipelago Pontino, è una piccola terra vulcanica tra Lazio e Campania. Con i suoi 1,9 chilometri quadrati, rappresenta uno degli esempi più significativi di viticoltura insulare del Mediterraneo. La superficie è quasi interamente costituita da depositi vulcanici, che insieme ai venti marini imprimono un carattere preciso alle uve e ai vini.
Nel 2013 Luigi Sportiello, giovane viticoltore ventotenese, ha scelto di far rinascere la viticoltura sull’isola dopo decenni di abbandono, segnati dallo spopolamento e dalla partenza di molti giovani. La sua azienda, Candidaterra, è una realtà familiare di due ettari, dove la coltivazione avviene nel rispetto dell’ambiente e delle norme della Riserva Naturale delle isole di Ventotene e Santo Stefano, senza l’utilizzo di pesticidi, insetticidi o prodotti chimici inquinanti. I vigneti si trovano nella zona centrale dell’isola, tra i 30 e i 50 metri sul livello del mare, allevati a guyot.

Pandataria Il Vino del Confino nasce dall’assemblaggio di Falanghina, Fiano e Greco: tre vitigni a bacca bianca tipicamente campani, che a Ventotene trovano un’espressione profondamente marina. Il nome richiama l’antica denominazione dell’isola e la sua storia di luogo di confino.
La produzione è estremamente limitata, circa 500 bottiglie. Seguito per la parte agronomica ed enologica da Vincenzo Mercurio, Pandataria si distingue per eleganza, equilibrio e precisione. Il colore è giallo limpido; al naso emergono erbe aromatiche, pesca e agrumi; al palato è fresco, minerale, sapido, con una complessità che rimanda alla natura vulcanica e ventosa dell’isola.
La sua aromaticità si abbina bene a piatti di pesce saporiti, come un classico spaghetto alle vongole, oppure a una preparazione più intensa come le sarde fritte.
Prezzo in enoteca: 25 euro.
Ischia — Cenatiempo, Kalimera Biancolella
La storia della famiglia Cenatiempo comincia nel 1945, quando viene rilasciata la licenza di commercio di vini sull’isola di Ischia. Da allora l’azienda è passata dall’imbottigliamento del vino sfuso alla lavorazione delle uve isolane, fino a diventare una delle realtà più rappresentative della viticoltura ischitana.
A Ischia la vite ha radici antichissime, probabilmente legate alla colonizzazione greca. Nel corso dei secoli gli abitanti dell’isola hanno modellato un paesaggio rurale particolare, scavando cantine e ricoveri nel tufo verde, trasformando grandi massi franati dal Monte Epomeo in abitazioni, cellai, grotte, palmenti e cisterne. Hanno costruito terrazzamenti strettissimi, talvolta capaci di ospitare un solo filare, sostenuti da muri a secco chiamati “parracine”: architetture agricole che ancora oggi costituiscono l’ossatura del paesaggio vitivinicolo isolano.
La viticoltura ischitana è tra le più impegnative. I vigneti si trovano su pendii scoscesi, in terrazze ridotte, dove la meccanizzazione non può arrivare e ogni lavoro è affidato alla mano dell’uomo. Biancolella, Forastera, Piedirosso e Guarnaccia sono i vitigni autoctoni che raccontano il carattere marino e vulcanico dell’isola.
Dal 2007 Cenatiempo ha avviato un importante lavoro di recupero diretto dei vigneti, riportando alla vita terreni rimasti incolti per decenni. Oggi l’azienda gestisce circa sei ettari suddivisi in quindici appezzamenti sparsi sull’isola, con prevalenza sul versante sud-orientale. La conduzione è biologica e, nella tenuta Kalimera, situata a 450 metri sul livello del mare nel comune di Serrara Fontana, segue un approccio biodinamico.

Kalimera Biancolella nasce proprio da questa vigna di alta collina, dove la natura vulcanica del suolo, l’altitudine e l’influenza marina contribuiscono a definire un vino di grande personalità. Il colore è giallo paglierino brillante; al naso emergono note iodate, erbe aromatiche e frutta gialla. In bocca è fresco, fragrante, fruttato, attraversato da una tipica sapidità e da una buona persistenza.
Il suo profilo si abbina con crudi di mare e crostacei, ma merita attenzione anche accanto al coniglio alla cacciatora, secondo la cucina ischitana, dove sapidità e note aromatiche accompagnano la delicatezza della carne e il profumo delle erbe.
Prezzo in enoteca: 26 euro.



