A un passo dal traguardo, il riconoscimento IGP del Gianduiotto di Torino si arena. Protagonista del blocco è la multinazionale svizzera Lindt, proprietaria del marchio Caffarel, che ha presentato ricorso al Tar del Lazio, rimettendo in discussione un iter avviato quasi dieci anni fa.
Il 23 marzo scorso sembrava fatta: dopo l’incontro finale al Ministero dell’Agricoltura, con la Regione Piemonte e il ministro Francesco Lollobrigida, tutte le opposizioni erano state respinte e si attendeva solo il via libera della Commissione europea. Poi la svolta: il ceo di Lindt Italia, Benedict Riccabona, ha stracciato l’accordo e depositato venti pagine di ricorso contro ministero, Regione e Comitato promotore.
«Sembrava fatta», racconta Guido Castagna, presidente del Comitato per il Gianduiotto IGP e maestro cioccolatiere premiato agli International Chocolate Awards 2026. «Avevano ricevuto rassicurazioni sul loro marchio storico, poi hanno rimesso tutto in discussione».
Il cuore della disputa è il disciplinare: secondo i quaranta artigiani e piccoli industriali torinesi del Comitato, ogni gianduiotto deve contenere Nocciola Piemonte IGP tostata, in una percentuale compresa tra il 30 e il 45%, zucchero tra il 20 e il 45% e cacao almeno al 25%, senza latte in polvere, assente nella ricetta originale. La produzione, inoltre, deve avvenire esclusivamente in Piemonte. Lindt, invece, chiede l’inclusione del latte in polvere nel disciplinare.
Ora si attende la sentenza del Tar. Con i maestri artigiani, sostenuti anche da Domori del Gruppo Illy, anche i consumatori italiani dovranno aspettare per avere una garanzia sull’autenticità del cioccolatino più celebre di Torino.



