Una giornata tra storia, scienza e cucina per raccontare il Riso di Baraggia Biellese e Vercellese: nato dall’incontro tra ghiacciai alpini, acque del Monte Rosa e un microclima unico.
L’unico riso DOP d’Italia fa festa al Castello di Buronzo.
Immaginatevi tra le mura di un castello medievale, con l’aria che sa di terra umida e riso appena bollito. È andata in scena qui la celebrazione del Riso di Baraggia Biellese e Vercellese, l’unico DOP italiano, nato da ghiacciai alpini, acque cristalline del Monte Rosa e un microclima che è un vero colpo di fortuna.
La Baraggia, quel fazzoletto di Piemonte tra Biella e Vercelli, è qualcosa di speciale: terreni argillosi pieni di ciottoli, acque che scendono veloci dalle montagne, un mix di freddo alpino e umidità padana. Ed è proprio qui che cresce questo riso da urlo.
Il Castello di Buronzo ha ospitato “Riso d’Autore”, una giornata organizzata dal Consorzio di Tutela del Riso di Baraggia DOP, con il supporto di “Oltre le Alpi” e fondi del Piano di Sviluppo Rurale Piemonte 2023-2027. Si è passati da interventi tecnici a storie antiche, fino a uno show cooking che faceva venire l’acquolina solo a guardarlo. E quel maniero? Simbolo perfetto di come questa terra sia legata al riso da secoli.
L’acqua del Monte Rosa si fa risotto.
A rompere il ghiaccio, il sindaco di Buronzo, orgogliosissimo: “Da noi, dagli anni ’60, famiglie toste hanno trasformato savane in risaie da sogno. Buronzo è la capitale della Baraggia, punto e basta!”.
Poi Carlo Zaccaria, presidente del Consorzio, ha raccontato i 25 anni di battaglia per la DOP ottenuta nel 2007. “Grazie a gente come il dottor Carmelo Iacopino, i produttori hanno portato questo riso nei negozi, ristoranti e oltreconfine. Sono stati loro gli eroi”.
Protagonisti? Il Loto, chicco lungo e profumato, quasi sparito ma da salvare; Sant’Andrea, il re per risotti cremosi e arancini; Carnaroli, grosso e perlato per chef esigenti; Arborio, che quest’anno compie 80 anni. Roba da leccarsi i baffi.
La Baraggia: non una pianura qualunque.
Lo storico Gabriele Ardizio ha portato il pubblico indietro nel tempo. “Baraggia” viene dal rumore dell’aratro che fatica su questa terra dura, morenica, con ciottoli, argilla, querce e monasteri.
Niente a che vedere con la monotonia alluvionale della Pianura Padana: qui greggi, vie alpine e incroci culturali hanno fatto la differenza. “Non terre povere”, ha detto, “ma ricche, dove incolto e risaie si parlano”. Verità nuda e cruda, meglio di qualsiasi volantino.
Il trucco? L’amido magico, spiegato dalla scienza.
Filip Haxhari dell’Ente Nazionale Risi ha spiegato il segreto: terreni glaciali per un amido particolare, acque ossigenate del Monte Rosa e un microclima irripetibile.
Risultato? Tenuta in cottura perfetta, chicchi compatti che assorbono i sapori come spugne. Matteo Musso ha chiuso con un focus sui controlli rigorosi lungo tutta la filiera. Se amate il risotto, sapete di cosa si parla.
In tavola con lo chef Eugenio Moreni: boom di sapori.
Lo chef Eugenio Moreni, del Maio Group, ha dato spettacolo. Aperitivo con tartellette di riso e faraona confit, macaron al riso con lamponi e gorgonzola (strana ma geniale) e sushi italiano con Fassona e Loto DOP, abbinato a Roero Arneis 2025 di Cravanzola, fresco e aromatico.
Poi arancino Sant’Andrea al pomodoro con mozzarella filante e basilico, su Langhe Nebbiolo 2024 Tenuta Rocca. Risotti protagonisti: alla toma biellese con miele e nocciole IGP, oppure alla milanese con ossobuco, entrambi accompagnati da Barolo Fontanin 2021 di Livia Fontana.
Finale dolce con la Bella Majin: frolla di nocciole, crema Loto e gel d’uva, abbinata a Moscato d’Asti 2025 Massucco. Un vero tripudio piemontese.
Prima tappa di sette: il viaggio continua.
Buronzo è solo l’inizio di sette eventi che si terranno fino a giugno 2026, pensati per formare e valorizzare produttori, filiera e territorio.
Questo riso non è solo cibo: è storia, orgoglio e futuro di una terra ostinata. Venite a provarlo, ne vale la pena.














