Negli ultimi anni, il dibattito sulla riduzione del tenore alcolico nei vini ha acquisito sempre maggiore rilievo, soprattutto per quanto riguarda i rossi. Le tecnologie di dealcolazione rappresentano una strada possibile, ma non sono prive di complessità, costi elevati e impatto energetico. Esistono però approcci alternativi che si basano su una rilettura delle pratiche in vigna.
Valentino Ciarla, enologo e consulente di aziende vitivinicole in tutta Italia, suggerisce un ritorno alle origini, partendo proprio dalle scelte agronomiche.
«Prima ancora che di no alcol si dovrebbe pensare alla gestione dell’alcol. – Afferma Valentino Ciarla. – Per farlo va ripensata la viticoltura.»
Negli anni Novanta, gli impianti erano pensati per massimizzare la produzione. In quel contesto climatico, i vini risultavano spesso poveri in concentrazione, colore e grado alcolico. Di conseguenza, si è puntato su portainnesti meno vigorosi, alte densità d’impianto e diradamenti intensivi per ottenere rese più contenute e una maturazione più completa.
Oggi, con un clima radicalmente mutato e un pubblico più attento alla freschezza e all’equilibrio, è necessario riconsiderare le tecniche colturali. Riportare in campo alcune scelte del passato potrebbe offrire un contributo importante.
Un esempio viene dal progetto realizzato a Montalbino, nel territorio di Montespertoli, dove è stato piantato un vigneto secondo criteri tradizionali, destinato alla produzione di vino rosso. Al fianco del Sangiovese, del Colorino e del Canaiolo, sono stati inseriti anche ceppi di Trebbiano e Malvasia, varietà a bacca bianca che possono contribuire a bilanciare la componente acida del vino.
«A Montalbino, nel territorio di Montespertoli, abbiamo sperimentato l’impianto di un vigneto come si faceva un tempo. Destinato alla produzione di vino rosso, presenta alcuni ceppi di Trebbiano e Malvasia, quindi uve a bacca bianca, oltre a quelli di Sangiovese, Colorino e Canaiolo, proprio per equilibrare l’acidità.»
Un altro spunto riguarda l’impiego di portainnesti più vigorosi, capaci di resistere meglio allo stress idrico. Una scelta che sta tornando al centro di diverse sperimentazioni.
«Credo che l’enologo debba essere sempre più connesso alla vigna e io personalmente passo molto tempo in vigneto. Da lì parte tutto: se le uve arrivano in cantina in condizioni perfette, si creano i presupposti per un grande vino.»
Non esiste una ricetta unica per affrontare il tema della gestione dell’alcol nel vino. Tuttavia, ampliare lo sguardo e considerare soluzioni meno convenzionali può offrire nuove prospettive, più sostenibili e coerenti con l’evoluzione del gusto contemporaneo.



