Il 30 e 31 gennaio Aosta ha ospitato l’edizione 2026 della Fiera di Sant’Orso, appuntamento storico che ogni anno attraversa il centro cittadino e richiama visitatori, appassionati e curiosi lungo il percorso tradizionale della manifestazione.
Le radici della fiera affondano in una storia lunga oltre mille anni e sono legate alla figura di Sant’Orso, al quale la tradizione attribuisce la distribuzione di zoccoli e oggetti in legno alle persone più povere. Da questa consuetudine nasce una fiera pensata come momento concreto di scambio: gli artigiani mettevano in vendita quanto realizzato durante l’inverno per ricavare le risorse necessarie ad affrontare i mesi successivi e garantire continuità al lavoro.
Quella funzione originaria è ancora riconoscibile tra le bancarelle. Il legno resta il materiale più presente, affiancato da ferro, rame e tessuti. Utensili, piccoli arredi, sculture, taglieri, ciotole, contenitori, grolle e coppe dell’amicizia raccontano un artigianato legato alla quotidianità, accanto a produzioni più decorative ispirate all’immaginario montano e rurale, alle scene di vita alpina e alla fauna del territorio.
Accanto alle forme più consolidate trovano spazio anche letture contemporanee, che rielaborano materiali e funzioni mantenendo un riferimento chiaro alla cultura alpina e al contesto valdostano, senza perdere il legame con la manualità.
Come da consuetudine, la fiera è stata preceduta dalla Veillà, la notte tra il 30 e il 31 gennaio, quando i banchi restano aperti fino alle prime ore del mattino. È uno dei momenti più partecipati, in cui il percorso si anima di visitatori che si muovono tra le esposizioni seguendo il ritmo lento della manifestazione.
Si procede lungo le bancarelle osservando i dettagli delle lavorazioni, soffermandosi sugli oggetti e ascoltando le voci di chi li realizza: un percorso che, anno dopo anno, restituisce la continuità di una fiera rimasta fedele alla propria storia.

















