Tra le giovani produttrici arrivate a San Martino Alfieri per Sbarbatelle 2026, Sara ha portato il racconto di Monfrà, piccola realtà agricola di Vignale Monferrato nata con l’ambizione di tenere insieme vino, paesaggio e ricerca artistica. Un progetto costruito lontano dai grandi numeri e vicino, invece, a una precisa idea di territorio.
Il 21 e 22 giugno la Tenuta Marchesi Alfieri ha ospitato l’edizione 2026 di Sbarbatelle, appuntamento dedicato alle produttrici italiane under 40. Due giornate di assaggi e incontri che hanno messo a confronto aziende, vitigni e storie provenienti da diverse aree vitivinicole italiane, dando spazio a una generazione femminile sempre più presente nella conduzione delle cantine e nella costruzione di nuove identità produttive.
È in questo scenario che si inserisce la storia di Azienda Agricola Monfrà, fondata nel 2016 da Sara insieme a Paolo sulle colline di Vignale Monferrato. Fin dall’inizio, l’azienda è stata pensata non soltanto come luogo di produzione, ma come progetto agricolo e culturale nel quale il vino convive con l’arte, la natura e l’ospitalità rurale.
La proprietà si trova a circa 320 metri di altitudine, in una zona da secoli legata alla vite e caratterizzata da terreni calcarei e argillosi. Sono circa tre gli ettari complessivi, distribuiti tra vigneti, un piccolo oliveto familiare, orto, bosco e spazi destinati all’accoglienza. Dal 2019 Monfrà è certificata biologica, una scelta che riflette un modo di lavorare orientato alla cura del suolo e all’equilibrio dell’ambiente agricolo.
Al centro resta naturalmente il vino. A Sbarbatelle 2026, Sara ha presentato tre etichette che raccontano altrettante interpretazioni del Monferrato: Ekhos, rosato biologico ottenuto da Grignolino; Panikos, rosso biologico prodotto dallo stesso vitigno; e La Ru, rosso biologico da Barbera.
Due dei tre vini partono quindi dal Grignolino, varietà profondamente legata a queste colline e per lungo tempo rimasta ai margini rispetto alle denominazioni piemontesi più conosciute. Nelle mani di Monfrà diventa invece materia attraverso cui definire uno stile personale, sia nella versione rosata di Ekhos, sia nell’interpretazione in rosso di Panikos. La Ru affida invece alla Barbera il compito di raccontare un altro volto della viticoltura monferrina.
La scelta è quella di una vinificazione essenziale, pensata per lasciare spazio al carattere delle uve e alla loro provenienza. Ma fermarsi alle bottiglie significherebbe raccontare soltanto una parte del progetto. A Monfrà, infatti, il lavoro agricolo procede insieme a una ricerca creativa che coinvolge l’immagine dell’azienda, gli spazi e il modo stesso di accogliere chi arriva in collina.
Arte e viticoltura non seguono due percorsi paralleli: fanno parte dello stesso linguaggio. La campagna diventa luogo di lavoro ma anche di osservazione, mentre il vino si inserisce in una narrazione fatta di stagioni, materia, colori e trasformazioni. È una dimensione che riflette anche la scelta di mantenere una scala produttiva contenuta, nella quale ogni fase può essere seguita direttamente.
La partecipazione a Sbarbatelle assume così un significato che va oltre la semplice presenza a un banco d’assaggio. Manifestazioni di questo tipo permettono a piccole aziende come Monfrà di confrontarsi con produttrici provenienti da territori diversi e, soprattutto, di mostrare quanto il panorama del vino italiano stia cambiando attraverso esperienze indipendenti, aziende familiari e percorsi professionali femminili sempre più definiti.
Nel racconto di Sara, il Monferrato non è soltanto il luogo in cui nascono le uve. È il punto da cui prende forma un modo di fare agricoltura basato sul biologico, sulla dimensione artigianale e sulla libertà di costruire un’identità riconoscibile.
Ed è forse proprio questa la parte più interessante emersa a Sbarbatelle 2026: dietro una bottiglia può esserci molto più di una scelta enologica. Nel caso di Monfrà ci sono una casa agricola, tre ettari di terra, il lavoro quotidiano di Sara e Paolo e l’idea che il vino possa raccontare un luogo senza rinunciare a una voce personale.



