La salvaguardia del tartufo piemontese comincia dalla cura dei boschi, degli alberi e dei terreni nei quali cresce. È stato questo uno dei temi principali dell’incontro “Dalla terra al tartufo: il valore degli alberi vocati per il futuro del patrimonio tartufigeno“, organizzato sabato 26 settembre nello Spazio Incontri Eccellenza Piemonte, in Piazzetta Reale a Torino, durante Terra Madre Salone del Gusto 2026.
Ad aprire il confronto è stato Marco Gallo, assessore della Regione Piemonte alla Montagna, Foreste, Aree interne, Biodiversità e Tartuficoltura, che ha richiamato l’attenzione sulle condizioni ambientali necessarie alla produzione del tartufo e sulla gestione delle aree naturalmente vocate. Un argomento particolarmente importante per il Piemonte, dove la cerca del tartufo interessa territori differenti, dalle Langhe al Roero e al Monferrato, fino alle colline torinesi e all’Appennino alessandrino.
Il tartufo è un fungo sotterraneo che vive in simbiosi con le radici di determinate specie arboree, tra cui querce, pioppi, salici e noccioli. La sua presenza dipende da una combinazione di fattori, come la composizione del terreno, l’umidità, le temperature e lo stato di salute delle piante. Un equilibrio che può essere alterato dalla siccità, dai cambiamenti nell’utilizzo del suolo e da una gestione non adeguata delle aree boschive.
Nel suo intervento, Marco Gallo ha posto l’accento proprio sulla necessità di occuparsi degli ambienti tartufigeni prima ancora della raccolta. Conservare gli alberi adatti, tutelare i suoli e intervenire nelle zone che presentano condizioni favorevoli alla crescita del tartufo significa lavorare su risultati che richiedono anni e che non possono essere affrontati soltanto nell’immediato.
I trifolao e il riconoscimento UNESCO
Accanto agli aspetti ambientali, l’appuntamento ha dato spazio al lavoro dei trifolao, i cercatori che conoscono i boschi e le tartufaie e che affidano al proprio cane un ruolo fondamentale nell’individuazione dei tartufi.
A raccontare la loro esperienza sono stati Federico Carretto, accompagnato dal cane Charlie, e Daniela Mussetto, con Lady. Attraverso le loro testimonianze hanno affrontato il tema dell’addestramento, delle tecniche di cerca e della cavatura, soffermandosi sull’importanza della conoscenza dei luoghi.
La capacità del cane di riconoscere l’odore del tartufo è soltanto una parte del lavoro. Il cercatore deve sapere dove e quando effettuare la ricerca, interpretare le caratteristiche del terreno e intervenire nella cavatura senza compromettere inutilmente il suolo e le radici circostanti. Sono competenze che si acquisiscono con la pratica e che spesso vengono trasmesse all’interno delle famiglie e delle comunità locali.
Nel 2021 la Cerca e cavatura del tartufo in Italia: conoscenze e pratiche tradizionali è stata inserita dall’UNESCO nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Il riconoscimento riguarda proprio l’insieme delle conoscenze e delle pratiche legate alla ricerca del tartufo, non il prodotto gastronomico in sé.
Il confronto, moderato da Roberto Fiori, giornalista de La Stampa, ha coinvolto anche Antonio Degiacomi, del Centro Nazionale Studi Tartufo, ed Enrico Gallo, dirigente del Settore Foreste della Regione Piemonte, approfondendo gli aspetti tecnici e le prospettive di tutela del patrimonio tartufigeno regionale.
Tuber Next Gen 2026, dagli studi sui terreni alla messa a dimora delle piante
Tra gli argomenti affrontati durante l’incontro è stato presentato Tuber Next Gen 2026, il progetto promosso dalla Regione Piemonte insieme al Centro Nazionale Studi Tartufo per migliorare la gestione delle aree vocate alla produzione tartufigena.
L’iniziativa prosegue il lavoro avviato nel 2025, quando l’attenzione si era concentrata sulla pianificazione territoriale e sull’individuazione delle zone potenzialmente più favorevoli.
In quella fase, con il contributo tecnico di IPLA, erano state aggiornate le carte di attitudine dei suoli e di potenzialità territoriale alla produzione tartufigena. Le analisi hanno individuato in Piemonte oltre 333 mila ettari con attitudine alta o media alla produzione di tartufo bianco, distribuiti in 441 comuni.
Si tratta di informazioni importanti per orientare gli interventi di conservazione, individuare le aree più adatte e programmare le attività di gestione forestale.
Con Tuber Next Gen 2026 il lavoro passa dalla pianificazione agli interventi sul territorio. Il progetto prevede la messa a dimora di nuove piante tartufigene nelle aree individuate come idonee, accompagnata dalla diffusione delle corrette tecniche di impianto e manutenzione.
La scelta delle specie arboree, la preparazione del terreno e le cure successive alla piantumazione sono passaggi fondamentali. Non basta infatti collocare una pianta in un’area potenzialmente favorevole: occorre seguirne lo sviluppo e mantenere nel tempo condizioni compatibili con la crescita del fungo. Particolare attenzione viene riservata anche alla trasmissione delle conoscenze, coinvolgendo le nuove generazioni nella gestione dei boschi e nella conservazione delle tartufaie.
Il cambiamento climatico rende questo lavoro ancora più necessario. Le temperature elevate e i periodi prolungati di siccità possono incidere sulla disponibilità idrica del suolo e sulle condizioni di crescita dei tartufi. Anche per questo gli interventi devono tenere conto delle caratteristiche specifiche dei diversi territori piemontesi.



