Il rito della messa a riposo delle uve della Valpolicella compie un passo decisivo verso il riconoscimento internazionale: la Commissione nazionale italiana per l’Unesco, su proposta del ministero della Cultura, ha deliberato la candidatura ufficiale all’organizzazione con sede a Parigi.
Alla base della candidatura, come riportato nella motivazione, c’è la “sapienza vitivinicola come patrimonio culturale. Il rito della messa a riposo delle uve della Valpolicella – spiega il documento di presentazione – racconta la tradizione dell’appassimento delle uve e il legame profondo tra comunità, paesaggio e cultura produttiva“.
Si tratta di un passaggio significativo per il territorio veronese, al termine di un percorso avviato oltre tredici anni fa e coordinato dal Consorzio di tutela vini Valpolicella. Un lavoro condiviso che ha coinvolto la Confraternita del Sovrano Nobilissimo Ordine dell’Amarone e del Recioto (Snodar), il mondo accademico e l’intero territorio della denominazione.
“La candidatura ufficiale del rito della messa a riposo delle uve è la prima tecnica vitivinicola a varcare la soglia dell’Unesco e rappresenta un passaggio storico per la Valpolicella. Un savoir faire millenario – come è stato dimostrato dal Dossier propedeutico alla presentazione – che ha plasmato cultura, paesaggio e identità del territorio, diventando espressione autentica delle nostre comunità. Questo traguardo rafforza l’impegno a tutelare e trasmettere alle nuove generazioni una tradizione che non può essere data per scontata, valorizzandone il significato culturale e collettivo e l’unicità di Amarone e Recioto. Ringrazio il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, il Comitato scientifico e la comunità per aver sostenuto convintamente e coralmente un percorso che ha accresciuto la consapevolezza del valore della nostra ritualità“, commenta Christian Marchesini, presidente del Consorzio Vini Valpolicella.
Al centro del dossier ci sono quattro elementi identitari individuati dal Comitato scientifico, composto da enologi, giuristi e antropologi, che hanno sostenuto la candidatura. La tecnica dell’appassimento, praticata da secoli, prevede la messa a riposo delle uve sulle ‘arele’, successivamente collocate nei ‘fruttai’. Un processo che, come evidenziato nel documento, svolge una “funzione educativa, ambientale, di riscatto sociale e di inclusione” oltre a una “funzione enologica“, poiché “senza questa tecnica i vini del territorio non esisterebbero“.
Tra gli aspetti evidenziati anche la diffusione della pratica: circa 8mila persone, tra uomini e donne di diverse generazioni e provenienze, sono coinvolte nei 19 comuni della denominazione, contribuendo alla continuità di un sapere condiviso.
La decisione finale dell’Unesco è attesa nel 2027.




