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Il Diavolo e l’Acqua Santa ad Albugnano: Freisa, Nebbiolo e Rossese Bianco in oltre 50 etichette, 18 ottobre 2026

La foschia avvolgeva le colline del Monferrato astigiano quando siamo arrivati ad Albugnano, nel pomeriggio di domenica 18 ottobre. Il paesaggio si intravedeva appena, mentre all’interno dell’Enoteca Regionale di Albugnano continuavano le degustazioni de Il Diavolo e l’Acqua Santa, l’appuntamento dedicato alla Freisa e all’Albugnano DOC, quest’anno con un ospite particolare: il Rossese Bianco delle Langhe.

Oltre cinquanta etichette, distribuite sui tre piani dell’Enoteca, offrivano la possibilità di conoscere produttori, annate e differenti interpretazioni dei vini. Ai banchi d’assaggio erano presenti i sommelier dell’Associazione Italiana Sommelier.

Il nome dell’evento richiama due espressioni della viticoltura piemontese dalle caratteristiche differenti. La Freisa, vitigno storico particolarmente diffuso tra Astigiano e Torinese, può dare origine a vini fermi, vivaci e spumanti, con una componente tannica e un’acidità che ne condizionano il carattere e la capacità di evoluzione.

L’Albugnano DOC nasce invece prevalentemente dal Nebbiolo, coltivato sulle colline di Albugnano, Castelnuovo Don Bosco, Pino d’Asti e Passerano Marmorito. È una denominazione di dimensioni contenute, che negli ultimi anni ha trovato nell’associazione Albugnano 549 un importante riferimento per la valorizzazione del territorio. Il numero 549 indica l’altitudine del paese di Albugnano e identifica il progetto dei vignaioli che hanno scelto di lavorare sul Nebbiolo in purezza, con tempi di affinamento prolungati. La loro interpretazione prevede almeno diciotto mesi in legno e sei in bottiglia, lasciando alle singole aziende la possibilità di esprimere le caratteristiche dei propri vigneti.

A questa edizione de Il Diavolo e l’Acqua Santa si è aggiunto il Rossese Bianco, una presenza meno abituale nelle degustazioni piemontesi. Il vitigno, oggi coltivato in piccole quantità nelle Langhe, è stato recuperato negli anni Settanta da vecchie vigne di Monforte d’Alba, quando rischiava ormai di scomparire dalla produzione locale. La sua storia è legata anche alla Liguria, dove il nome Rossese compare nelle testimonianze ampelografiche del passato. Nelle Langhe, invece, il lavoro di alcuni viticoltori ne ha consentito la conservazione e la successiva valorizzazione, fino al riconoscimento della denominazione Langhe Rossese Bianco DOC.

Sette le aziende presenti ad Albugnano con questo vino: Giovanni Manzone, Cascina Castella, Fratelli Abrigo, Roberto Garbarino, Josetta Saffirio, La Bioca e Amalia Cascina in Langa. La possibilità di confrontare diverse interpretazioni dello stesso vitigno era uno degli aspetti più interessanti della giornata, soprattutto per chi non incontra frequentemente il Rossese Bianco nelle degustazioni.

Il nostro arrivo nel pomeriggio non ci ha consentito di percorrere con calma tutti i banchi, ma siamo riusciti a partecipare all’ultima masterclass, “Saper aspettare”, organizzata dalla delegazione AIS Asti. Il laboratorio era dedicato all’evoluzione dei vini e al rapporto con il cibo. Seduti intorno a un tavolo, abbiamo trovato quattro etichette e una selezione di prodotti gastronomici: nocciole, formaggio di capra semistagionato, lonzino alle erbe e una frittatina alle erbette.

Nel primo calice, il Rossese Bianco 2025 di La Castella, prodotto da Cascina Castella, ha introdotto il vitigno ospite attraverso un’annata molto giovane. Sono seguiti due Nebbiolo della denominazione: il Carpinella Albugnano DOC 2021 di Pianfiorito, azienda aderente ad Albugnano 549, e Il Tato Albugnano Superiore 2019 di Ca’ Mariuccia.

A chiudere la degustazione, una Freisa d’Asti 2014 di Fasoglio, oggi Cascina Quarino, che ha permesso di affrontare il tema della longevità anche attraverso un vitigno spesso associato a vini da bere giovani.

Le annate, comprese tra il 2025 e il 2014, offrivano riferimenti diversi per osservare quanto la maturazione e l’affinamento possano incidere sulle caratteristiche del vino. Non si trattava di una verticale, perché cambiavano produttori, denominazioni e vitigni, ma di un confronto costruito intorno al tempo e alle sue conseguenze nel bicchiere.

Anche gli abbinamenti seguivano una formula meno rigida rispetto alle degustazioni tradizionali. Non era previsto un alimento preciso per ogni vino: ciascuno poteva assaggiare i prodotti, tornare al calice e confrontarsi con gli altri partecipanti sulle combinazioni più convincenti.

La dolcezza delle nocciole, la sapidità del lonzino, la componente grassa del formaggio e il carattere vegetale della frittatina modificavano la percezione dei vini, rendendo più evidente il ruolo dell’acidità e dei tannini nell’abbinamento. Un esercizio semplice, ma utile per comprendere perché un accostamento possa funzionare meglio di un altro, anche quando sulla carta sembrerebbe meno immediato.

Tra gli argomenti emersi durante l’evento, una curiosità riguardava inoltre l’Albugnano affinato in falda, un progetto sperimentale che ha previsto l’immersione di bottiglie in pozzi d’acqua sorgiva. La ricerca ha studiato la conservazione del vino in condizioni differenti da quelle di una cantina tradizionale, utilizzando anche lunghi periodi di permanenza sott’acqua. Un lavoro che pone domande interessanti sull’influenza della temperatura, dell’ambiente di affinamento e delle condizioni di conservazione sull’evoluzione del vino. L’esperimento, oggetto anche di uno studio pubblicato nel 2024, ha previsto il confronto di bottiglie conservate per tre anni in due pozzi di acqua sorgiva. Una strada di ricerca particolarmente curiosa per una denominazione che sta investendo sulla capacità del Nebbiolo di maturare nel tempo.

Quando abbiamo lasciato l’Enoteca Regionale, la foschia continuava a nascondere buona parte delle colline. Avremmo voluto dedicare più tempo ai banchi d’assaggio, soprattutto alle diverse annate di Freisa e Albugnano, ma la masterclass ci aveva già permesso di approfondire alcuni aspetti difficili da cogliere in una degustazione veloce.

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