A Castiglione Falletto, nel centenario della nascita di Gino Veronelli, il vino torna a essere prima di tutto una storia di persone, lavoro e territorio. È questo il filo che ha attraversato “L’uomo è nato per festeggiare la vita“, l’incontro ospitato dalla Cantina Terre del Barolo e dedicato a una delle figure che più hanno inciso sul modo di raccontare il patrimonio enogastronomico italiano.
La giornata si è aperta con una visita agli spazi della cantina, dai reparti di vinificazione alla nuova bottaia sotterranea. Due soppalchi permettono di osservare dall’alto l’area destinata all’affinamento e restituiscono immediatamente le dimensioni di una realtà cooperativa che ha accompagnato una parte importante della storia vitivinicola delle Langhe.
Terre del Barolo nasce infatti nel 1958 dall’intuizione di Arnaldo Rivera, maestro e sindaco di Castiglione Falletto, che riunì 21 viticoltori con l’obiettivo di dare maggiore forza al loro lavoro e riconoscere un valore più equo alle uve prodotte. Da quel primo nucleo la cooperativa è cresciuta fino a superare oggi i trecento soci, con vigneti distribuiti in tutti gli undici comuni della denominazione e oltre seicento ettari complessivi.
Una storia che rende particolarmente significativo l’omaggio a Veronelli, protagonista di una stagione culturale in cui parlare di vino significava innanzitutto dare un nome e un volto a chi lo produceva. Prima ancora che termini come terroir, filiera o identità territoriale entrassero stabilmente nel linguaggio del settore, il gastronomo bergamasco aveva intuito che dietro una bottiglia esistevano famiglie, vigne, paesi e saperi da difendere.
Ad accogliere il pubblico sono state Rosa Oberto, vicepresidente della Cantina Terre del Barolo, ed Elisa Spada, direttrice del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani. L’appuntamento, ideato e condotto da Tiziana Martino, è stato realizzato con l’Associazione Nazionale De.Co. e con il patrocinio della Provincia di Cuneo.
A ricostruire il profilo pubblico e privato di Gino Veronelli sono stati Lucia Veronelli e Gian Arturo Rota, in dialogo con Sergio Miravalle. Ricordi personali, episodi e aspetti meno conosciuti hanno restituito la figura di un intellettuale irregolare, capace di spostare l’attenzione dalla tavola alla terra e di trasformare il racconto gastronomico in una questione culturale, economica e persino civile.
Alla conversazione hanno partecipato anche Beppe Orsini, Edmondo Bonelli, Massimo Martinelli, Armando Gambera e Roberto De Donno, contribuendo a delineare l’eredità di un uomo che ha cambiato il vocabolario del vino italiano. Per Veronelli, infatti, la qualità non poteva essere separata dall’origine e il prodotto non poteva essere raccontato senza riconoscere il ruolo di chi coltivava la terra.
Il suo lavoro ha contribuito a portare produttori fino ad allora poco conosciuti all’attenzione di un pubblico più ampio, anticipando una sensibilità che negli anni successivi sarebbe diventata centrale nel dibattito sul cibo italiano: la difesa delle piccole produzioni, il rispetto dei luoghi, la conoscenza diretta degli artigiani e il rifiuto di una gastronomia ridotta a semplice consumo.
Nel corso dell’incontro è stato ricordato anche Carlo Petrini, scomparso il 21 maggio 2026. Due personalità diverse per percorso e linguaggio, ma accomunate dalla capacità di attribuire alla cultura contadina una dignità che per lungo tempo le era stata negata. Entrambi hanno contribuito, in stagioni differenti, a portare il discorso sul cibo oltre la tavola, trasformandolo in una riflessione sul territorio, sull’agricoltura e sulle comunità che custodiscono i prodotti.
Non poteva esserci, dunque, luogo più coerente di una cantina cooperativa per tornare sul pensiero di Veronelli. La storia di Terre del Barolo, nata dalla scelta di alcuni viticoltori di unirsi per difendere il proprio lavoro, intercetta uno dei temi ricorrenti nella sua visione: restituire valore a chi sta all’origine del vino.
La giornata si è conclusa con gli assaggi dei vini di Terre del Barolo e dei prodotti del territorio. Più che una chiusura formale, il proseguimento delle conversazioni nate durante l’incontro: perché, a cento anni dalla nascita di Gino Veronelli, resta attuale soprattutto il suo modo di guardare a una bottiglia. Non come oggetto isolato, ma come espressione di una terra e delle persone che la lavorano.





































